Massimo Bignardi
La scabra superficie sulla quale si muove sinuosa la sagoma azzurra di un angelo, è certamente il segnale più chiaro di quanto la pittura stia prendendo l’immaginario creativo di Eliana: un immaginario è sobillato, di frequente, dalla poesia, dalla musica, dalla scrittura e dalla curiosità a frugare nel territorio impervio della critica d’arte.
E’, questo, il segnale di quanto l’artista non sia disponibile all’omologazione mondana dei “salotti” intellettuali o alle riverenze universitarie, triste specchio di un territorio poco sollecitato dalle novità.
Formatasi in un ambito impregnato di cultura figurativa, dal quale la giovane artista ha saputo prendere gli strumenti del fare legati alle tecniche e alle capacità espressive da esso offerte, approda, nei primi anni del decennio in corso, ad una sorta di revisione dell’impianto costruttivo dell’immagine, lasciando penetrare all’interno del dettato pittorico forme astratte e lacerti di una materia ricca di spessori, di grumi, di vita.
Il confronto è stridente, quasi un urlo che soffoca la forza connotativa della raffigurazione, innanzitutto quella della donna nella quale, spesso, ritroviamo, avvolta nelle trame della metafora, l’artista stessa: il suo è un processo di corrosione dei contorni, della solida patina, propria di quell’ “inganno” (pensando a quanto sosteneva Picasso) sollecitato dal fenomeno della visione.
Eliana semplifica il dialogo che instaura con le cose dello spazio fenomenico e con quanto abita il fertile terreno dell’immaginario, cercando strade e percorsi diretti, facendo ricorso ad un linguaggio scevro da steccati e, innanzitutto, dall’annosa diatriba tra figurazione ed astrazione.
Nelle ultimissime opere, quali ad esempio “Rapporto” o “Donna dormiente sul mare”, l’artista approda ad una decisa essenzialità dai forti connotati lirici, segno di una maturata libertà espressiva: essa lascia intendere quanto sia pressante la necessità di far affiorare le deiazioni dell’inconscio, poste quali evidenze dell’inquietudine che istiga il suo quotidiano. Eliana fa sue le osservazioni che, anni a dietro, Melotti poneva sulla pittura informale: “l’evento informale - scrive quest’ultimo - sia nell’arte, sia nella natura, dal vibrare del microbo alle cascate dei fiumi, dal tronco all’uragano, non riesce a catalizzarsi nella ‘forma’, compiuta espressione dell’arte. Il ‘taglio’ in Fontana è l’emblematico bisogno di uscire dalla giungla informale”. Il frammento d’immagine ha per Eliana Petrizzi lo stesso valore: è la misura di uno spiraglio attraverso il quale uscire dalla palude del facile qualunquismo (riducendo a formuletta la deriva proposta dal nomadismo) che assedia l’arte dei nostri giorni, prendendo le distanze da una figurazione ammiccante quanto scomposta, da un ibrido e fin troppo disinvolto muoversi tra i linguaggi che hanno movimentato il Ventesimo secolo.
La superficie della tela, resa materica da impasti eterocliti, non assolve al ruolo di muro, cioè di schermo della quotidianità come negli esempi più alti della pittura informale europea, ma si offre quale gelatina sensibile nella quale le immagini prendono corpo e volume; si anima come sostanza concreta capace cioè di condensare anche la vibrante aura delle emozioni, difficilmente percepibile. Sono i tremolii che l’artista affida alle screpolature, ai segni graffiati nella materia, alle sagome dipinte, disegnate ed incise a mo’ di essenziali e primigenie iconografie.
La pittura di Eliana ci obbliga ad entrare nella trama del dettato pittorico, a forare la superficie e scendere nelle atmosfere pervase ora da da intense liricità, dense di tensioni emotive, ora dalla capziosa seduzione di una sensualità provocante.
L’artista mira ad una sintesi che non è solo la misura di un approdo formale, ma il segno di una nuova qualità etica del pensiero capace di non naufragare nel grande mare della tecnologia e della telematica che ha inondato il nostro tempo.
“Non ci dobbiamo perdere d’animo. - scriveva Kokoschka - Il compito principale che ci sta di fronte è quello di distinguere tra il pensiero e la mera funzionalità che disumanizza”.
E’ forse questa la preoccupazione che tiene di notte sveglio l’immaginario dell’artista.
Vittorio Sgarbi
Credo che non si possa definire l’arte con le parole se l’arte non esiste nelle opere.
Se parlo quindi di Eliana è perché nelle sue opere c’è arte, arte vera, carica di promesse. L’artista mi ha posto una condizione insolita; mi ha chiesto di far prevalere nelle mie osservazioni “il cuore” sulla ragione, sulla cultura.
Le ragioni del cuore. “Cuore” significa allo stesso modo amore, passione, calore, carità, bontà, sensibilità, generosità, perfino coraggio. Siamo noi, di volta in volta, a interpretarne il significato, oppure a considerare tutti i significati come se la genericità non fosse di svantaggio alla comprensione precisa del termine.
E quella della vaghezza è probabilmente l’interpretazione più giusta per avvicinarmi alla sua pittura. Vaghezza innanzitutto di forme, di figure, di spazi, di situazioni. E’ difficile trovare nelle pitture di Eliana qualcosa di completamente stabile, definito, compiuto, qualcosa che si possa descrivere con chiarezza, qualcosa che non lasci aperto il campo a diverse interpretazioni.
Esiste una costante di fondo, una ricerca surrealista di contraddizione, quasi un’assenza della ragione, dalla quale scaturisce molto del fascino indefinito e indefinibile che queste opere vogliono manifestamente suscitare. Vi sono volti dall’espressione sospesa, dagli occhi profondi e intensi, volti disegnati con perizia e mestiere, che sembrano promettere corpi altrettanto torniti, affusolati, nitidamente plastici; e invece finiscono per essere presenze isolate e autonome, su figure assai meno definite, provocatoriamente diseguali, talvolta così evanescenti da ridursi a eleganti arabeschi.
Altre volte, invece, il contrasto è tra parte e parte del dipinto, con figure di imperturbabile accuratezza, su elementari sfondi uniformi, appena definiti in profondità da suggestivi percorsi a graffito.
All’improvviso poi si apre lo spazio del cuore, una ferita, una stigmata, il cuore allo scoperto da cui parte l’intensa luminosità dello sguardo.
Non c’è mai sicurezza davanti alle pitture di Eliana; eppure, con sorpresa, ci accorgiamo che questa ineffabile ambiguità, questo universo freddo e apparentemente con poco cuore non ci causa tensione, ansia, inquietudine, come invece sarebbe stato logico supporre. Solo di rado può sfuggire qualche lieve brivido vedendo, mentre navigano nel vuoto, maschere troppo umane per non essere di carne o troppo levigate per essere entità fisiche. Ma solo per un momento, perché ci accorgiamo subito che la pittura di Eliana appartiene a una dimensione e a un tempo che non sono quelli del corpo: sono quelli dell’anima.
Eliana ci offre visioni che non spaventano, non disturbano, sebbene non siano mai propriamente serene (c’è la contraddizione a tenerci svegli, a segnalarci che siamo davanti ad apparizioni misteriose ed eccezionali); ci invitano, piuttosto, a interrogarci, a esplorare il territorio del nostro inconscio, a sottrarci a condizionamenti impropri e a liberare le nostre fantasie seguendo le suggestioni di un’immagine, di un delicato groviglio di linee, di un grumo di colore.
Forse è questo il significato che dovremmo attribuire al “cuore” di Eliana: solo dall’animo libero, puro, disposto ad assecondare la propria sensibilità senza limiti, può nascere la vera poesia.
Franco Marcoaldi
I suoi corpi, i suoi volti assorti, ci rammentano - in accordo con Bataille - che “siamo esseri frantumati, individui che muoiono isolatamente nel corso di un’avventura inintelligibile, ma perpetuamente nostalgici della perduta totalità”.
Giuseppe Rago
(…) La Pittura di Eliana procede da una meticolosa, quasi ossessiva indagine del reale, più che reale, verso una significatività in sé della materia densa, corposa, stratificata, complessa.
Un percorso che è frutto dell’esigenza non solo di nuove sperimentazioni creative, ma anche di trovare strumenti più profondi, essenziali, quasi ancestrali, di esprimere la propria interiorità.
E’ la consapevolezza di essere portatore sano di una profondità a tratti mistica che la pittrice sembra voler esprimere con sempre maggiore univocità e immediatezza, in maniera trasparente e senza mediazioni. Una immediatezza che la porta all’approfondimento della semantica del colore e della materia, quanto mai lontana, tuttavia, da ogni facile automatismo creativo. Quello di Eliana è, infatti, un universo estetico ben ponderato, sublimato su un piano di profonda consapevolezza razionale. Siamo dunque in presenza di una ricchezza simbolica che non può esprimersi se non attraverso segni totemici, risultando la figura tradizionale troppo limitata per un fine di questo genere. La persistenza di dettagli realistici dei corpi, soprattutto di volti, vale certo come richiamo antologico alla sua produzione precedente, quasi un marchio di riconoscibilità, la cui convivenza con le nuove forme simboliche accentua una sensazione di straniamento che induce alla riflessione sul senso riposto delle cose. I suoi volti sembrano uscire con difficoltà dall’universo di segni e materie, e solo faticosamente imporsi in un tale magma di contenuti.
La massima fonte d’ispirazione del lavoro di Eliana è, fondamentalmente, nel rapporto tra l’inagibilità della nostra condizione corporea terrestre e l’essenzialità intelligente di simbologie universali che rimandano alla completa armonia tra tutto ciò che esiste.
Opere di complesso valore semantico, intrinseco alla composizione particolare della materia e alle sue intime ragioni estetiche.
Opere di altissimo livello, spesso affini all’elegante lirismo di certa transavanguardia, corredate da titoli talvolta ironici, neologismi, non sense, quasi sia la contraddizione, più che il senso esatto, a svelare il valore profondo dell’immagine, nell’aspirazione appassionata ad un raccordo armonico e universale tra le irriducibili diversità del mondo.
Paolo Rizzi
Dialettica dei contrasti, ‘contaminatio’, poetica dell’ambiguo, specularità del doppio. Sono alcuni dei termini a cui tende riferirsi una certa arte d’oggi che sfugge alle tendenze codificate. Eliana Petrizzi è in questo terreno di frontiera, ancora labile e prensile. I suoi volti femminili così analitici e avoriati, così mentalmente assorti, galleggiano all’interno di una materia del tutto diversa, screziata e rugosa, talora ispida. Spazio mentale e spazio fisico si intersecano e paiono non comunicare. Sono mondi opposti eppure, a ben vedere, complementari: si richiamano e si integrano a vicenda .
Le regole della coerenza linguistica vengono scardinate; ma lo svuotamento della percezione non è mai tale. Il rapporto si ricostituisce tra le due entità ‘nemiche’; e, paradossalmente, emerge un ordine nuovo. L’impatto psicologico diventa conturbante proprio di fronte a questa impossibile e possibile ‘reductio ad unum’.
Tale è la mia prima impressione dinanzi ai dipinti recenti di questa singolare, indubbiamente inconsueta artista. Ben presto, però, l’analisi formale e concettuale lascia il posto ad una sorta di subdola seduzione: ad un invischiamento erotico di grande raffinatezza e allusività. Ci si rende conto che Eliana tocca, quasi con un ago sottile, un punto nevralgico della nostra sensibilità: la possibilità, pur precaria, di comunicazione. Apparentemente, l’Eros si presenta egocentrico, chiuso in se stesso, anzi ingabbiato in una ibernazione che non concede nulla al rapporto di coppia, cioè al dialogo.
I volti fissano il vuoto, astrattamente; il pensiero è tutto interiore. Ma ecco che minuscoli cenni, segni quasi impercettibili o comunque marginali, ci riportano dall’auto-interrogazione (cioè dall’auto-compiacimento) ad una forma, magari estremamente pudica o repressa, di desiderio di dialogo. L’insinuante sospetto del fallo, la penetrazione ancora cerebrale e nevrotica, il movimento stesso della forma femminile, il linguaggio traslato dei segni e dei colori; tutto induce a inoltrarci in un terreno su cui si gioca la sublime partita dell’Eros mentale. Sta qui l’attrazione, velatamente morbosa, di queste immagini sospese nell’ambivalenza, dove i due sessi si incontrano magari senza toccarsi, e la fantasia muove prima i gangli cerebrali che non i muscoli irrigiditi.
Che sta succedendo? Quel che sembrava immobile, addirittura algido, si muove impercettibilmente. I volti enigmatici, così cerei, dipinti con un filo di pennello microscopico, quasi maschere mortuarie, esono dalla brusca corporeità che li avviluppa e li soffoca. Essi diventano lo specchio dell’intelligenza assoluta rispetto alla carne che si accumula, s’ingruma, si scioglie, gravata dal suo stesso ingombro fisico. L’intelligenza -cominciamo ad accorgercene- non resta fine a se stessa, sospesa nel limbo; si fa motore di una ricerca vitale, di un desiderio che preme dal di sotto e prepotentemente si gonfia. Sta qui quella dialettica dei contrasti di cui all’inizio si diceva; sta qui la feconda “contaminazione” che irrora l’Eros già represso; sta qui la poetica dell’ambiguo, laddove gli opposti tendono spasmodicamente a congiungersi.
La sessualità nasce dal cervello ma si dirama lungo i filamenti della corporeità.
Si arriva, appunto, ad una forma di comunicazione che da subliminale si sforza, finanche con ossessione, ad uscire allo scoperto come un fiotto di energia.
Ma attenzione: tutto questo processo si svolge sotto la specie dell’allusione, del simbolo nascosto, del traslato. Di qui l’impressione di qualcosa di ieratico, di magico, che tocca a noi smuovere attraverso un’interpretazione che ne coglie, volta a volta, succhi d’una meravigliosa seduzione che parevano sepolti sotto la fissità del totem.
Forse è così che si può configurare l’arte del Duemila: un’arte che rifiuta l’esibizionismo insistito, lo show spettacolare, per puntare alle minime mutazioni percettive, ai singulti dell’anima, quindi alla problematica latente dell’incomunicabilità. Eliana Petrizzi dipinge forse in modo cerebrale ma, sotto, la spinta dell’Eros è più prepotente di quanto si creda, proprio perché nasce dalla contaminazione con la sfera sensibile. Ad un certo momento il volto si sdoppia, e i due profili si guardano.
Li lega tra loro un filo quasi invisibile: magnetismo, attrazione. La donna non è più sola; attende che il suo desiderio si compia. E’ in quell’attimo, così psicologicamente immagato, che la pittrice interviene. L’immagine si fa sempre meno esplicita ma, nel contempo, sempre più profonda. L’Eros di un Tanguy o di un Bellmer resta ancora, al paragone, fisiologico. Qui, nei quadri di Eliana, si entra in un erotismo che diremmo orientale, dove l’immobilità della figura è appena incrinata dagli spasmi dei nervi cerebrali. Lo spazio infinito che galleggia intorno diventa il liquido amniotico da cui si sviluppa, sia pure con esasperante lentezza, l’embrione di una nuova vita.
Giada Caliendo/L’enigma del volto
Eliana Petrizzi ritrae volti di donne associati a stanze vuote, primi piani ingombranti, penetranti, dittici enigmatici i suoi. La stanza vuota è forse il luogo dell’anima, della riflessione, del se stessi più profondo. I volti non sono solo espressione di solitudine ma anche e soprattutto di determinazione. Eliana concentra il suo interesse sulla figura e la rappresenta o con un’ inquadratura ravvicinata e inquietante oppure ne descrive la totale assenza nei paesaggi. Il lavoro dell’artista è meticoloso, di ingegno e pazienza, di tratto delicato, di luci ed ombre, di sapienti sfumature del nero. Le opere sono realizzate su tavole di legno con pittura ad olio e tecnica rinascimentale a velature. I primi piani della Petrizzi hanno una loro personalissima sacralità, un lirismo contemporaneo. Il lavoro di quest’artista nasce, circa dodici anni fa, da una propria elaborazione del surrealismo, oggi dopo fasi di studio e passaggio approdata ad un iperrealismo simbolico che unisce alla tradizione rinascimentale del ritratto la contemporaneità dell’elemento enigma.
Ada Patrizia Fiorillo/La seduzione del reale
Ci sono due aspetti che risaltano immediati scorrendo le opere che Eliana Petrizzi ha realizzato di recente. Il primo è la cifra dell’oggettivo realismo che connota questi lavori, in linea con quella che va riconosciuta come una caratteristica acquisita alla sua esperienza di pittrice, mentre il secondo, in sapore di contraddizione, è il tradimento che l’artista fa della realtà alla quale pure riserva non pochi sguardi. Insomma Eliana muove tra queste due sponde, solo però in apparente contrasto. Vero è infatti che l’artista è soprattutto preoccupata di rispondere alla seduzione del reale o, meglio, alla suggestione che la realtà opera sull’occhio attraendolo nelle maglie della pittura, nell’ingannevole artificio con la quale essa si propone al mondo. “La pittura – precisa Merleau-Ponty nel suo noto L’occhio e lo spirito – risveglia, porta alla sua estrema potenza un delirio che è la visione stessa, perché vedere è avere a distanza, e la pittura estende questo bizzarro possesso a tutti gli aspetti dell’Essere, che devono in qualche modo farsi visibili per entrare in lei”. Ora io credo che la prospettiva del vedere, quanto allo stesso tempo del calibrare la distanza dal soggetto resosi visibile, sia un nodo centrale dell’esercizio pittorico dell’artista, sollecitato non tanto da una misura emotiva nei confronti della realtà, quanto piuttosto, direi, mentale. In sostanza ciò che Eliana restituisce, ammantato delle sembianze del riconoscibile, è un mondo interiore passato al vaglio di una lenta riflessione, di un pensiero dilatato oltre la stessa possibilità di ritagliare ad esso confini spazio-temporali. Si giustificano così i suoi ritratti, dai volti levigati, dagli ovali perfetti, ma in qualche modo estraniati da qualsiasi possibilità di riferirli ad un contesto preciso. Se è vero del resto che l’artista li restituisce con i tratti della modernità, ovvero con caratteri che lasciano pensare ad un tempo presente, è altrettanto evidente che ella li richiude in una sorta di sospensione metafisica, accreditata, in alcuni casi, dalla stessa idea compositiva che propone il dipinto diviso in due parti, l’una accampata dal ritratto e l’altra da uno spazio, sia esso architettonico, allusivo di un ambiente interno, silenziosamente vuoto, ma soprattutto privo di ogni respiro di vita, sia esso naturalistico, frammento cioè di un paesaggio immaginativamente delineato. Mi riferisco in particolare a certe sue ritagliate geometrie che ricordano atmosfere sironiane, ancor più che dechirichiane, per l’uso del colore, un brunito quasi monocromo, ma soprattutto per il taglio delle luci che invadono la scena restituendone i volumi. Ma oltre questi richiami che – nella traccia di un riordino novecentista proprio anche all’etichetta del ‘realismo magico’ – possono avere catturato la sua attenzione, Eliana segue naturalmente un percorso tutto suo. Lo si vede in quelle opere in cui l’artista apre alla sfera del paesaggio, accentuando il taglio fotografico di queste superfici. Non una fotografia del mondo, magari restituita, com’è frequentemente in uso, per via di tecnologiche manipolazioni, ma un’immagine di esso raggiunta con una fedeltà quasi ostinata ai valori della pittura, orientata verso una sapienza meticolosa e lenticolare delle mani che attraverso la tecnica, un tradizionale uso dell’olio, esprimono la necessità di scoprire il mondo, assorbito e riformulato attraverso la lente dell’immaginario. Per quanto riconoscibili, le sue composizioni sono infatti “visioni dell’interno”, per dirla ancora con il filosofo francese. Tracce tangibili dell’esterno, proposte senza enfasi, né tensioni drammatiche, bensì attraverso una pacata, quasi magica misura del quotidiano. È così per quelle porzioni di paesaggio che affiancano maschere o volti-manichini ed è così quando la rappresentazione del naturale diventa soggetto esclusivo del dipinto. Paesaggi mediterranei li potremmo definire per via di quei tratti lineari che scoprono iconografie note, anche se poi immediatamente tutto viene contraddetto. Non è nella prospettiva di Eliana farci respirare l’aria, la luce, riconoscere i colori propri o il doppio della cosa, indulgere insomma sui luoghi comuni che rendono ‘rassicuranti’ le sue immagini. Il suo è un lavoro molto più sottile che gioca nel profondo della realtà non senza una dose di ironia, di divertita partecipazione. Ciò che continua ad interessarla è soprattutto dare una possibile soluzione all’enigma della visione, celebrarlo attraverso la pittura, conciliando in essa opposte tendenze tese nell’antico divario tra ciò che appare e ciò che è. Su questo filo si colloca la sua esperienza, nel cui registro sembra potersi riconoscere quel senso dell’“inafferrabile nell’immanenza” che Klee amava ripetere della sua pittura, notoriamente tesa al bivio tra figurativo e non. Vicini e lontani, catturabili e sfuggenti i suoi recenti paesaggi vivono senza dubbio di tale ambiguità. Catturano nella qualità di icone, catturano per il colore che sembra essere entrato molto più incisivamente nella sua pratica quotidiana, per la luce, i riflessi, le ombre che si nascondono dietro le spoglie del reale, ma catturano anche per quel senso di gelida inafferrabilità dietro la quale si nascondono altre cose. Dietro c’è il pensiero dell’artista, il suo essere costantemente partecipe di questo viaggio nel mondo, c’è il suo porsi al centro tra caos e ordine tentando la strada dell’equilibrio.
Opere dove la superficie della tela si propone per impasti concreti, per materie addensate e sottratte, meglio ancora incise nel loro disordine stratificato dal quale sembrano generarsi volti, cioè tracce di umana presenza.
Eliana sembra dire che la superficie è solo la pelle, il primo stadio di ciò che si vede. Bisogna certo andare più a fondo è quanto suggerisce, scavare una direzione allo sguardo, al suo essere vigile sismografo dell’esistenza. Efficacemente calzante è ancora Merleau-Ponty. “Essenza ed esistenza, immaginario e reale, visibile ed invisibile: la pittura – egli sostiene – confonde tutte le nostre categorie, dispiegando il suo universo onirico di essenze carnali, di rassomiglianze efficaci, di significazioni mute”.
Giada Caliendo/Intersezioni
Il silenzio, avvolgente come un velo scuro che smorza la luce tagliente, è l’elemento che fa da collante alle opere di Eliana Petrizzi.
La pace apparente del silenzio e del pensiero sono il suo filo conduttore nell’esistenza e nell’arte.
Il nero è per l’artista quel liquido amniotico che protegge dall’esterno, quella penombra rassicurante della distanza dell’altro da sé.
Il rosso è l’esplosione, la vita stessa nella sua imperfezione, nella sua limitatezza.
Il bianco è l’approdo, la pace, la calma dell’anima, finalmente la comprensione.
L’artista divide nettamente l’uso dei colori per evidenziare la liricità dell’idea. L’unico fattore riconoscibile tra tutte le opere - sia quelle nere che quelle rosse che le bianche - è il volto, realizzato con accuratezza e veridicità.
“Nelle mie figure solo il viso – scrive l’artista- sede di ciò che nel corpo non muore mai - resta giovane e perfetto. Tutto il resto - carne, spazio, cose - si decompone in un magma purulento che si trasforma senza sosta, seguendo un ansimare inquieto, il flusso inarginabile e selvatico del sangue e dei venti.”
Le opere della Petrizzi seguono uno schema di simboli, di passaggi, di accessi tra emozioni e verità. E’ proprio questo cammino tra i pensieri che abbiamo scelto di esporre, queste intersezioni tra essenze che non si incontrano. E’ questo particolare frammento interiore che Eliana dipinge, l’incomunicabilità: come un moderno Dante che descrive da spettatore-attore i suoi incontri nell’aldilà, così l’artista narra con l’uso dei colori l’essenza delle anime che trova sulla sua strada, e con il silenzio dei volti la seduzione della pittura.
Antonello Tolve/Eliana Petrizzi e i segni che dipingono il pensiero
Delicate e sensuali, viscerali e appassionate, carnose ed erotiche, equilibrate e vibranti, sovrastoriche e (a volte) metafisiche, cristalline, marmoree. Le figure proposte da Eliana Petrizzi mettono in evidenza non solo una particolare modalità compositiva da tableau vivant, ma anche un principio edificante che mostra interesse nei confronti del materiale e, naturalmente, della tecnica trattata.
La sua pittura – flessibile ad ogni discorso affrontato – si nutre, a me pare, di forme legislative che affondano le radici in territori di matrice teatrale. Difatti, è proprio una sottile estrazione spettacolare (che si congela in felice scenario pittorico) ad essere – assieme all’incidenza del carattere cromatico – uno dei centri nucleari del suo lavoro in cui la questione della posa si fa ridefinizione compositiva del reale, osservatorio esoterico d'un tragitto all'interno della physis.
Dalla pittura alla tecnica mista per giungere, poi, alla fotografia, Eliana Petrizzi formula un'asse grammaticale teso a levigare la realtà tanto da metamorfosare il presente in scenario arcaico, in territorio intangibile e silenzioso, lontano e inaccessibile; un territorio che assapora la vita e i mille significati che la riguardano (Angelo Trimarco), mentre la vita – essa stessa, rilkeianamente parlando – tace.
«Nelle mie figure», ha suggerito l'artista in una recente dichiarazione «soltanto il viso, sede di ciò che nel corpo non muore mai, resta giovane e perfetto. Tutto il resto (carne, spazio, cose) si decompone in un magma purulento che si trasforma senza sosta, seguendo un ansimare inquieto, il flusso inarginabile e selvatico del sangue e dei venti». Il viso è, così, stazione eterotopica (in cui ritrovare tutta la perfezione del mondo, Vollkommenheit der Welt) e, parallelamente, territorio di riflessione attraverso il quale mettere lo sgambetto al tempo, alla fragilità e alla caducità del corpo (dell'umano), per circoscrivere le linee del divenire in ambienti assoluti e assolutistici, legati ad una sovratemporalità cromatica che inchioda lo spettatore tra le maglie di una attualità asetticizzata, smarrita, astratta ed autoastraente.
«Il corpo», racconta ancora Petrizzi (lasciando intravedere una fuga poetica dalle cose della vita e dai dolori del quotidiano), «è dimora inagibile, maceria da cui evacuare. È la sede di una morte che convive con noi in ogni istante e che riconosciamo come inaccettabile estranea. È metafora di tutto ciò che percepiamo come limite e confine: corpo è una condizione emotiva intollerabile, è la vita che non abbiamo scelto, la passione dannosa, l’attracco senza porto delle parole, la primitiva solitudine che ci lega a chi ci vive accanto». Tuttavia, è da questa Bedingung umana, dal corpo in quanto linfa vitale, che Petrizzi, spiritus phantasticus, sugge una infinità di forme e di immagini legate a rêve de rêves, a veglie e a speranze che, attraversando l'arduo tema del rapporto tra luce, colore e forma, generano una vera e propria peinture théatrale (per dirla con Diderot) violenta e, nel contempo, muta, segreta.
Apparato scenico denso e luminoso – che richiama alla memoria, a volte, la lunga sfilata degli escamotages frequentati da Caravaggio e dalle sue varie declinazioni napoletane – il progetto estetico messo in campo da Eliana Petrizzi destabilizza la realtà per mostrare dei volti immaginifici con una conformazione anatomica che lambicca la natura per procedere verso sentieri in cui riformulare, alchemicamente, le cose della vita. Di volta in volta – e di sogno in sogno direi – l’artista ispeziona e oltrepassa il bello naturale (Hegel) presentando un bello più bello del bello che sgretola i tratti chiari e oftalmicamente tangibili della classicità, per evidenziare, con agilità e chiarezza, il profilo distintivo d’un'arte silenziosa in cui ogni segno dipinge, timidamente, il pensiero.
Rino Mele/Concrete ombre dipinte
Come entrare in un porto. Il colore è il mare, e non c'è attracco, molo, spiaggia. I personaggi del teatro di Eliana Petrizzi sono maschere risuonanti e negate, annegate. Il tentativo di rifondare una metafisica senza oggetti, senza nemmeno il più elementare di essi, il corpo. Il padre ucciso, e rimpianto, è la sua metafisica pittura, messa a morte da un eccesso di realismo confinato ai volti: come se questi aprissero esili finestrine a spiare il disastro, il vuoto. Su quel deserto gonfio di colori (le vesti e la nudità si confondono) il progetto di Petrizzi è l'azzeramento del racconto: "Smetti di raccontare" sembra dire a ognuno dei suoi stremati personaggi, "è sufficiente che tu ci sia, con l'ansia sottratta a una fotografia, la seduzione dello sguardo, il sorriso cucito". Un mondo senza oggetti, corpi, inciampi, un immenso lago latteo in cui siamo già affondati. Così, Eliana Petrizzi mostra consumato artificio di scrittura ma la comunicazione che davvero sa di volere è mettere ossessivamente ordine nell'infinita teoria dei profili, volti, sorrisi, gli apparenti segnali di un inafferrabile io: uno dopo l'altro sembrano capitelli consumati, vasi straordinari (non significa testa -in latino- vaso ma anche cranio, con Ausonio e, nel medioevo, capo?) reliquie di uno spazio che non restituisce altri reperti. La voce è in agguato. Con l'aiuto dell'asimmetria -la dislessia dello spazio- spera di nascondersi, di nascondere il percorso drammatico della sua pittura: Eliana Petrizzi tenta il sogno della parte come tutto, incastro d'atroce sineddoche, allusione timida, forse estrema, a una condizione di dolore.
(maggio 1999)
Nell'ascoltare il tremendo suono della superficie su cui graffia la sua pittura, la testarda armonia che ne trae, Eliana riscrive il reale cupo e leggero, la chiarità scura del sole. Le sue dita sporche di colore rimandano a segni di una nascita che in lei ogni sua opera ripete e cui vorrebbe sottrarsi. Superficie è lo specchio, l'acqua che lo evoca e su cui il volto di un dio nascosto si riflette. In tutta la storia dell'arte il realismo è il più dolce e seducente, il più necessario e glorioso degli inganni (come recitare a teatro senza trucco, col volto scoperto, facendo a meno delle maschere e dell'anamorfosi della scena): proprio allora, in quell'ebbra certezza, il personaggio scaccia l'attore, lo svuota del corpo, si sostituisce a lui, si veste della sua pelle, fa della sua terrificante condizione quello che Apollo fece con Marsia. Eliana Petrizzi dipinge il vuoto del reale, lo trasforma in un'assordante selva, sente quella vibrazione originaria e l'esalta fin dagli accurati disegni preparatori -la traccia primaverile dei fogli- quel mortale ripetere un volto fino a renderlo, per troppa familiarità, sconosciuto. Lo stupore di mettere gli occhi dove prima era il buio.
(marzo 2009)
Beatrice Salvatore/Stanze Nude
Seduta davanti allo schermo del mio computer guardo le immagini delle opere di Eliana Petrizzi,
cercando di rievocare le sensazioni che ho provato quando le ho viste vive, al suo studio e le ho
sfiorate appena per sentire sotto le dita il caldo della materia. E’ stato inutile poi cercare un incipit
adeguato per parlare del suo lavoro.
Perché nelle opere di Eliana vi si entra subito, come in una stanza silenziosa di sole. Sono come
piccoli specchi di acqua ferma, dalla superficie lucida e levigatissima, che a volte però sono
attraversati da increspature più ruvide, come di magma raffreddato, dove il gesto si fa più diretto,
primitivo. Raffigurano volti e frammenti di corpi scarni e contratti che vivono accanto a immagini
di paesaggi ampi e lontani o di stanze vuote, desolate nell’abbandono, dove porte scure sembrano
evocare passaggi ignoti come i giorni da scrivere daccapo. Dittici pieni di mistero come la serie
Interni, olii su tavola impreziositi da una pittura densa, quasi tutti di piccole dimensioni dove i
corpi, lisci di una bellezza di cera, gli sguardi diretti e liquidi o anche distratti, assorti, sono sorpresi
nell’attimo breve della memoria che gli scorre accanto, chiusi su di sé come in una preghiera o
racchiusi in un istante di comprensione o dubbio, come il passaggio improvviso di un treno che fa
chiudere per un momento gli occhi al vento. Sono immagini pulite ed essenziali, rese con
meticolosa devozione attraverso la stesura di velature sovrapposte e strati di pittura ammorbiditi poi
da sottrazioni di materia, sono apparizioni eteree eppure reali, in cui il peso di un dolore e del corpo,
la sua fisicità, sembrano sciogliersi nell’aria umida e farsi più rarefatti, composti e misurati, quasi
distanti e immobili, come maschera neutra senza suono. L’atmosfera è metafisica. Di luce radente.
Non c’è tempo in queste opere, o meglio, il tempo è sospeso, rappreso in un silenzio nudo e
assoluto, il vuoto è negazione della presenza ma anche metafora di una condizione primaria che
vorrebbe fissarsi, negando il suo procedere inesorabile, il suo continuo mutare. Come in L’Inverno,
in cui il titolo ci restituisce il senso di un tempo in cui tutto si gela, come dopo una presenza che si
allontana, nell’attesa di un ritorno o di una luce, oppure nell’enigmatico Quasi in cui uno sguardo
limpido, fermo nell’attesa di un tempo infinito, sembra soltanto desiderare un compimento, o in
Verso dove il volto assorto evoca racconti e inquietudini. Lo spazio raffigurato, stanze di una storia
da riabitare o abbandonare per sempre, sono come una scena nuda dove gli attori sono ormai andati
via. Sono luoghi dell’assenza. Il paesaggio è Natura sognata, muri bianchi scalfiti che conducono
altrove, fruscio di alberi solo pensati. Nostalgie, che si illuminano al tramonto o alla luce di una
candela. Il colore è quasi inesistente, reso uniforme dalla monocromia dei sogni, come se una patina
leggera coprisse volti, storie, intenzioni, raggelandoli prima dell’azione. Come nel poetico Il
Silenzio del suono, preziosa tavola in cui sprofondiamo nel vuoto di una stanza grigia, appena
visitata dal sole, forse la scena dell’anima o ancora nello struggente Le cose che non tornano, dittico
denso di malinconia dove il volto femminile sembra rapito all’improvviso da un ricordo o da una
sensazione evocata dall’immagine del paesaggio (interiore) che gli scorre accanto. In questi lavori
Eliana racconta l’enigma dell’esistenza e il suo passare, di incontri, perdite e di piccole bellezze che
affiorano dal dolore, racconta del corpo — come anche nella serie delle Vanitas — perfetto e
corruttibile, sede dell’identità ma anche di infinite inquietudini e debolezze, pronto a cadere,
sfaldarsi, tradire come una stanza svuotata della sua storia, farsi “dimora inagibile”, come nel
piccolo olio su tavola che porta lo stesso titolo, in cui il corpo di bellezza ideale, attraversato da una
grazia morbida, è “inciso” pittoricamente da un segno profondo e scuro come di cicatrice che non
sanguina, segno indelebile dell’imperfetto, di quel no enorme dell’impossibilità, che abita ognuno
di noi. Lo stesso segno, ritorna nell’opera Il topo (assieme), dove qua forse si allude anche ad
un’impossibilità di relazione e di comunicazione, amplificata dalla figura maschile di spalle e dal
grande muro interrotto da poche finestre buie. Nelle sue opere Eliana sembra voler scavare a fondo
con le sue mani nude la verità delle cose, farcene vedere l’essenza cruda, la ferita, senza inutili giri
di parole e compiacimenti: è la verità della pittura e di un’arte amatissima e “divorata” sin da
bambina attraverso la lezione dei grandi Maestri fiamminghi, gli artisti del Rinascimento (come non
pensare alla pittura “ferma” di Piero della Francesca?) e poi Bosch, Bruegel, Michelangelo e
Morandi, Rothko, ma anche Licini e Burri, che l’artista ci restituisce lasciando intravedere la
rigorosa grammatica pittorica che diventa codice assoluto, ma soprattutto le verità essenziali, quelle
sempre più taciute, il mistero dell’esistenza, la solitudine, quello che c’è dietro l’apparenza
ingannevole delle relazioni, dei desideri, delle illusioni. Ed è appunto per questo che forse Eliana
sceglie, consapevolmente, di dipingere soggetti iperrealistici: la pittura così può svelare le sue
regole, il senso dell’inganno (il “tradimento” della pittura, nel senso etimologico di “tradere”) ne
risulta amplificato e con esso quella distanza concettuale tra ciò che è e ciò che sembra. Tra il reale
e la sua rappresentazione, tra la maschera dell’io e la sua cruda evidenza. Così nella serie delle
Verità, il tratto minuzioso e analitico si “perde” all’improvviso sul “non finito” di una bocca
cancellata che non può dire, o non può essere, come in Se questa è la verità, o nel più enigmatico
Non ancora, in cui il titolo sembra alludere ad un’attesa infinita e incompleta o ancora in Regina
vanitas, in cui un volto bellissimo di donna, sereno, levigato, quasi senza età, è attraversato da un “segno” profondo che sembra incidere la carne come lacerazione improvvisa e inevitabile e la
continuità pittorica della tavola. Il corpo dunque svanisce, si sgretola, crolla come i muri delle case
abbandonate, ci rende estranei a noi stessi e nello stesso tempo ci abita, ci fa luogo dove il tempo
passa, è lente opaca da cui non si può vedere, è ferita da taglio, rumore, presenza doppia,
emergenza, roccaforte sconosciuta e attaccabile, è scambio di binari per il viaggio, compagno, muto
testimone oculare di una materia più impalpabile fatta di sogni e distanze, di sentimenti e preghiere.
Il corpo, sembra voler dire Eliana Petrizzi con la sua pittura, è spazio interiore e maschera, mondo
piccolo che ci lega al tutto, luogo da difendere per la sua fragilità o ampliare con il suono di un
ricordo o di un profumo, varcare con il sogno, renderlo evanescente e assoluto oltre la sua carnalità,
con la verità di un desiderio silenzioso che ri-vela tutta l’ambiguità del mondo.
Marco Alfano/L’inquieto racconto della pittura
Sembra che oggi l’immaginazione, nei giovani artisti, riemerga a volte discretamente, seguendo percorsi indecifrabili, prorompendo da un’urgenza del cuore. Sostenuto da tale pensiero, ho preso a considerare le opere che Eliana Petrizzi ha dedicato alla narrazione immaginaria di una vita parallela, che scorre misteriosa e nascosta alla coscienza diurna. Si tratta di una sequenza di circa venti opere, tutte realizzate negli ultimi due anni, e di un’inedita istallazione, composta da dieci dipinti su tavole di ridotte dimensioni, intitolata Stanza dei Sogni, che organizza, nel suo insieme, un affascinante “polittico notturno”.
Eliana ha lasciato quasi del tutto quel tracciato su cui indugiava in precedenza la sua pittura, superando un dettato che affiancava alla figurazione una materia ricca di spessori, che cercava «strade e percorsi diretti – annotava Massimo Bignardi – facendo ricorso ad un linguaggio scevro da steccati e, innanzitutto, dall’annosa diatriba tra figurazione ed astrazione»; una difficoltosa mediazione che serviva a rendere la figura quasi irriconoscibile, trasposta secondo impasti febbrili che intendevano richiamarsi nelle hautes pâtes alla tradizione della pittura informale. Anche in questa mostra, qualche dipinto offre l’osservazione ravvicinata di alcuni volti, di solito ritratti di amici, indagati anche nelle imperfezioni, sin nelle tracce che testimoniano lo scorrere inesorabile degli anni. A questi, come in un dittico, sono opposte vedute d’interni, immagini di stanze solitarie, inquadrate tra mura dalle superfici scabre, quasi urtanti – alla cui preparazione l’artista ricorre con sabbie di varia grana – oppure, luoghi di transito in città deserte, che rammentano, nei sentimenti, le silenti visioni urbane di Hopper. Tuttavia Eliana rivela nel comporre una proprietà d’immaginazione inconsueta che dispone le figure secondo un interiore disegno, o meglio una capacità di svolgere il racconto in modalità che sono distanti dall’anacronismo pittorico attestatesi in Italia nel corso degli anni Novanta, o dalle ironiche soluzioni nel recupero della figurazione offerta dagli artisti post-modern.
Nei luoghi dove Eliana vive e lavora, emerge quell’incongruo sviluppo urbano derivante dalle inevitabili contraddizioni della storia recente del nostro territorio; eppure, dal suo studio, nel composto ordine che regna tra i recipienti di vetro – coi colori che paiono vibrare di luce propria – e tra le tavole già pronte all’imprimitura, si guarda un paesaggio che offre ancora qualche rimanente e sventata dolcezza.
Qualche mese fa, Eliana mostrandomi alcuni dipinti, osservava che a compiacere il mondo si rimane disillusi, anzi, avvertiva nell’invito a rendersi “moderni”, l’imposizione di un sentimento collettivo, apparentemente condiviso; tuttavia così procedendo si sarebbe perduta l’anima, e quindi il desiderio di dipingere. Trovavo il suo dilemma condivisibile: come riuscire graditi ad un mondo che taccia qualsiasi originalità come inattuale? cosa vale tale apprezzamento mondano? Mi confermava, lei, con calore, che il suo destino era d’immaginare figure e storie, che aveva imparato a dipingere così, non conosceva altro modo. Si era ancora all’inizio di questo progetto comune, ma come su d’un baratro, davanti alla rovina dell’arte dei nostri anni.
Eppure, in quelle sue nuove opere, si trovava il coraggio dell’immaginazione: una dal titolo Vite parallele, era dipinta secondo velature, con l’antica tecnica in uso nelle accademie europee fino alla seconda metà del XIX secolo, che procede cioè per sovrapposizioni progressive di strati di pittura; un sistema opposto, in sostanza, alla pittura “a corpo” proposta dal realismo di Courbet. Ricordavo allora, come storico dell’arte, che alcuni scrittori in quegli anni avevano visto nella perdita di quella pittura levigatissima, di nudità eburnee, una tragedia quasi come l’incendio della Biblioteca d’Alessandria. L’impressionismo, infine, aveva portato grandi cose, ma aveva contribuito a distruggere queste possibilità di esprimere il cuore umano e il vocabolario (la tecnica) e le frasi per esprimerlo.
Per la forma, quindi, Eliana ha ripreso quelle velature sovrapposte, con un accorgimento moderno: tornando a dipingere sullo strato sottostante, non ancora del tutto secco, per cui gli strati si compenetrano; in tal modo, l’immagine nitida risalta su di un fondo palpitante. Ecco in quel quadro dalla pittura fremente, un piccolo nudo femminile, di particolare mistero, e una figura di donna seria ed assorta, di un’umanità che commuove.
Ho proposto ad Eliana di svolgere quindi un ciclo, ancora tornando a considerare quell’umanità: risultato è questa serie di dipinti, dove l’immaginazione emerge con forza dalle sopravvivenze della memoria, in immagini ingiallite, trattate con sensibili velature. Più che una narrazione continua, il ciclo sembra svolgere, nell’uniformità del tono un po’ grave, una “fenomenologia” della vita quotidiana, non nella verosimiglianza, nella concreta plausibilità della figurazione, ma nel valore trascendente di un evento al limite dell’immaginabile. Il carattere indeterminato del luogo e del tempo, come provocato dal sogno, rende le immagini simili a fotografie scolorite, in cui anche la forma pittorica, sbrecciata, quasi arroventata nei toni dell’ocra e del bruno, conferisce piuttosto un carattere di epifania, o se si preferisce di odierna parabola sulla preveggenza della morte, sulla follia che attende al fondo di ogni esistenza.
Nella frammentarietà, le vicende narrate – dove la nudina, immagine inquieta dell’anima, sembra aggirarsi come un emblema antico – svolgono un tracciato dove l’osservatore, infiammando la fantasia, è sollecitato a tentare un’interpretazione, a colmare i numerosi vuoti. In effetti, anche se non è possibile pensare ad una narrazione continua, si trovano svolti quei motivi ricorrenti nell’immaginario dell’artista: vicende che stringono il cuore, che narrano dell’alienazione dell’uomo; la vacuità d’ogni forma di comunicazione, che reputa tragicamente assente qualsiasi effettiva ed umana possibilità di contatto (Red); la donna carica d’anni, un’avara Lachesi che ha già ricevuto il filo della vita, e svolgendolo, ne distribuisce certa misura stabilita ad ogni uomo, segnando con gesto incurante le sorti di ciascuno (Tessitrice di vite parallele). Oppure, in un altro dipinto, il sibilo del sentimento triste, nel chiuso della solitudine assordante delle convenienze borghesi, dove ogni personaggio ha addosso un travestimento incolore: se questo sembra di poter leggere nella stretta, consueta e distante, dell’uomo taciturno alla sua donna quasi senza volto, sfaldato nella materia grumosa, che ha perduto qualsiasi avvenenza giovanile.
Un altro, bellissimo, ha apici di tenerezza e poesia, in un interno domestico che si accende di riflessi dorati, d’una luce amica, dove il sentimento è più limpido e sereno. La minuta spezzettatura della forma pittorica, in raffinata ricerca di cromia, nei toni di terra e nocciola, mostra d’aderire al senso di tranquillità famigliare, in un luogo piccolo e semplice, dove riluce come gioiello lo scintillio delle stoviglie, mentre una giovane dal volto aguzzo e dolcissimo guarda con affetto i suoi cari. A questo mondo sereno, Eliana attinge con riserva, raramente interessata ad affondare le mani nella vita: preferisce ritrarsi ad osservarla con quella distanza immaginativa che le consente di scandire sulla superficie dei suoi dipinti un’accorata partecipazione.
Infine, Notturno, un dipinto dei primi mesi di quest’anno, dove l’anima, oramai dimentica di sé, danza su d’un luminoso proscenio ed appare ignara del pericolo che incombe, emergente dalla tenebra: è la manifestazione, ancor più fosca e concreta, delle sue inquietudini; la maschera dal volto temibile, gli occhi piccoli di perla, dalle labbra pallide e le orbite oscure.
In questi ultimi dipinti “notturni”, Eliana è giunta a rivelare quale sia l’anima dei suoi personaggi; ben intende che, approssimando questa profondità invisibile, è la distanza stessa della pittura ad inverare il senechiano sua cuique persona – ognuno indossi la propria maschera – ciascuno nasconda i propri segreti.
Emanuele Esposito
Ogni cosa, osservando i quadri di Eliana Petrizzi, parla di storie che non hanno personaggi; storie che prendono vita nella tela e che precariamente sopravvivono allo stupore e all’impermanenza del ruolo umano; storie che fanno vita ma che, di per sé, annientano l’azione incarnata, restituendo un destino altro.
Con la sua arte, Eliana cerca di annullare il significato primitivo dell’uomo e dell’esistere, creando una forma-pensiero karmica che ha la capacità di irradiare l’azione sub-lunare del comportamento, proiettandolo al cospetto dell’infinito mondo che si interpone tra azione voluta e conseguenza inaspettata.
Un viaggio da non perdere, per motivi comprensibili solo quando ci si trova avvolti dal ruolo che ci assegnano le opere che abbiamo scelto di osservare e che ci permettono, con una spaventosa e risonante verità, di riconoscerci nell’imperdibile gioco della vita.
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