DIEGO DE SILVA sulla pittura di Eliana Petrizzi

È difficile scegliere un quadro. Fuori da una logica puramente decorativa o speculativa, intendo. Entrare in una galleria, una libreria o uno spazio polifunzionale che ospita un’esposizione, osservare più o meno attentamente le opere in mostra e decidere (meglio se su due piedi) di comprarne una, è impegnativo. Il pagamento del prezzo è soltanto una parte, e nemmeno la più costosa, di quel gesto (per meglio dire: lo è, ma in quanto ipoteca un investimento in bellezza). La scelta di un quadro comporta sempre una quota d’irresponsabilità, un non sapere esattamente cosa si sta facendo (come sempre succede in ogni esperienza fondata sull’attrazione).
È la sostanziale incoscienza di quel gesto di appropriazione, il volere che quell’opera ci appartenga, venga ad abitare in casa nostra e testimoni il passaggio degli anni; è quel fidarci di qualcosa che il quadro contiene (o pensiamo contenga) e non sappiamo esattamente cosa sia, la molla che ci spinge alla scelta. Certo, possiamo sbagliarci.
E capita (capita con le persone, perché non dovrebbe succedere con le opere d’arte). Ma è proprio l’aleatorietà dell’acquisto, la possibilità di prendere una cantonata, scoprendo, nella frequentazione dell’opera (perché poi nel quadro che hai scelto t’imbatti tutti i giorni, non puoi riporlo su uno scaffale e dimenticarlo, come succede con i libri), che il mistero estetico che ti ha spinto all’acquisto s’è rivelato in poco tempo, diventando abitudine e portando stanchezza, come un matrimonio sbagliato, una relazione effimera, a costituire, poi – quando il gioco è valso la candela, perché il mistero non si svela ma anzi si rinnova di giorno in giorno – il valore reale (perché assolutamente astratto) dell’opera. Ecco perché quello fondato sul prezzo è un acquisto superficiale (anche quando presuppone una competenza di mercato che vede nell’accaparrarsi di un’opera la possibilità di un affare): perché scarta o sottovaluta ogni coinvolgimento personale con il quadro, non compromette il compratore sul piano estetico, al massimo lo indebita (ci sono persone per nulla convinte di un quadro anche molto costoso che hanno comprato: lo tengono in casa, o addirittura in banca, come un prezioso fra i tanti, privo d’individualità e dunque privato nel senso più triste del termine). Personalmente, quel che mi attira in un quadro (la ragione per cui sceglierei di comprarlo), è quel che di quel quadro m’inquieta. Che rimanda a uno stato di agitazione interiore dell’artista, un’irrequietezza che altera la sua immaginazione del reale e, in un certo senso, la sfigura sulla tela dipinta.
Strano (forse), ma la forza di un quadro è nel disagio del pittore che lo dipinge, e si percepisce immediatamente nell’opera. Il lavoro del pittore consiste nel liberarsi di quel disagio, svelandolo. Il suo stile, perciò, sta nella ricorrenza dei temi che attraversano il suo lavoro negli anni. Sono questi gli elementi (per me essenziali) che ritrovo (da quando le conosco) nelle opere di Eliana Petrizzi. I suoi quadri mi meravigliano ogni volta perché ogni volta mi consegnano una prospettiva visionaria delle strade, dei cieli e dei volti, calati in una sospensione che ha sempre qualcosa di precario, come di una finta calma che potrebbe esplodere con poco. Sarà, forse, la ricorrenza di una suggestione onirica sempre presente nei lavori di Eliana, che affonda i suoi paesaggi deserti e le sue figure immobili in una luce soffusa, quasi ammaliante, quella che vediamo (o crediamo di vedere) in certi sogni che ci agitano il sonno perché sappiamo (temiamo) che qualcosa di grave possa succedere da un momento all’altro, ma al tempo stesso ne siamo affascinati, quasi che, attraversandoli, potessimo scoprire qualcosa che ci riguarda.
La fissità dei corpi, perciò, nei lavori di Eliana (che mi ricordano spesso – per atmosfera rarefatta e luce – le tele di Vilhelm Hammershøi), infonde lo stesso senso di precarietà che trasmettono i suoi paesaggi, come se all’improvviso le sue figure potessero cominciare a muoversi, o (che poi è lo stesso) sparire, come nelle installazioni di Bill Viola. Sarà per questo che Eliana sbeffeggia di tanto in tanto i suoi volti, sporcandoli appena con un colpo di pennello, quasi volesse sdrammatizzare la sua stessa opera, negarsi, sfidare l’ossessione che la governa. E colpisce, nei suoi lavori, la continuità fra paesaggi e volti, sorrisi e scorci di strade sempre rigorosamente deserte: come se Eliana continuasse a dipingere lo stesso quadro solo da prospettive differenti con lo stesso sguardo e lo stesso sorriso, a metà fra gioia e disillusione.

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