Io e Sgorby

Molti mi chiedono com’è possibile vivere con un piccione libero in casa: si può. Vivo da quattro anni con una colomba. Sgorby, è questo il suo nome, è stata raccolta su un balcone, caduta dal nido a pochi giorni dalla nascita. Era un uccellino curioso assai, coperto da una peluria gialla, con zampe enormi e una testa da rapace. Incerta a quale specie di volatile appartenesse, e giacché bruttino, mia sorella che l’aveva trovato pensò bene di chiamarlo ‘Sgorby’, nome cattivo ma simpatico, che perciò non gli abbiamo più cambiato.
Da quel momento la mia casa è abitata dal suo volo libero, che ha per cielo le mie stanze, per alberi i mobili e le mie cose più care. Sgorby per me non è un piccione, ma l’esperienza poetica più alta vissuta nella vita, la più tenera, la più luminosa. Lei vive e io ne sono stupefatta, perché mi chiedo ogni minuto da dove viene la luce dei suoi occhi, l’intelligenza che le fa prendere decisioni imprevedibili; la forza delle sue zampette, la consistenza di pura seta del piumaggio, la delicatezza con cui bacia il mio viso ogni volta che siamo vicine. Qualcuno dice che questo legame è innaturale perché lei mi crede il suo compagno. Ma io penso a tutte le volte in cui ho amato qualcuno nella vita credendo fosse quella la persona giusta per me, e invece era solo l’amore che amavo. La chiamo, ed eccola volare in grembo o in spalla. La sua testa è così piccola che il solo pollice è troppo grande per una carezza. Allora la metto sul tavolo, avvicino il viso e raccolgo la testolina nel cavo dell’orbita. In questo modo, chiudendo e aprendo gli occhi, l’accarezzo con le ciglia e lei ricambia, cospargendomi di baci in punta di becco. Sento nei miei occhi i suoi, piccolissimi e umidi, poi il profumo di miglio delle piume sotto le ali e tutti gli odori del giorno, che carezzandola le lascio sul dorso. Di sera, mentre leggo un libro si accuccia tubando tra collo e mento. Infine, quando spengo la luce salta sul bordo in alto della porta, e lì dorme. Ora io, che riposo con le imposte aperte, specie nelle notti di luna piena vedo nella penombra della stanza questa creatura appollaiata su una zampa sola, che mi incute mistero e un grande rispetto. Io lo so che pure nel sonno lei mi fissa. Da una distanza di metri ci guardiamo negli occhi, ciascuna dai confini del proprio mondo; più intime, però, che tra uomo e uomo. Poi alle sei si sveglia, vola spedita sul letto e viene a svegliarmi con riti di toletta e richiami ruotanti. E tutto meravigliosamente ha di nuovo inizio.

Foto: Jacopo Naddeo

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