SUD

Anni fa provai a lasciare il mio paese, per andare a vivere altrove. Mi trasferii prima in Umbria, poi a Milano, ma durai poco: non fui a mio agio in niente, con nessuno e da nessuna parte. Così dopo poco tornai, facendomi piacere tante cose che pure non mi sono mai piaciute, e che tuttora non mi piacciono. È difficile spiegare cos’è una provincia del Sud e cosa significa viverci. Del mio Sud mi sono fatta nel tempo un’idea molto chiara a cui un poco mi sono arresa, perché ho capito che in fondo una provincia – più che un posto geografico periferico – è innanzitutto una categoria dello spirito. I suoi abitanti sono otto volte su dieci ignavi e disfattisti, per vocazione personale prima e sociale poi. Il mestiere che gli viene meglio è quello di stare a guardare ciò che gli altri fanno, ma soprattutto quello che gli altri sbagliano, per trovare nei fallimenti altrui il conforto alla propria pochezza. Se poi gli altri riescono, è guerra aperta. Curiosi soprattutto del futile e dell’indiscreto, possono parlare per giorni degli eventi più infimi, spesso inventati di sana pianta o esagerati dalla maldicenza, riciclando la notizia in mille salse, come si faceva in guerra con le bucce delle patate. Gli individui affetti da questa pericolosa malattia dell’anima non sanno gioire dei successi di chi gli è amico o concittadino, ma ne traggono puntualmente lo spunto per meschine distanze. La provincia è un universo sfocato privo di un centro, che non ha più un’identità né paesaggistica né urbana; che ha scarsi entusiasmi e poca memoria. E a nulla serve correre nelle città vicine che, rammollite da una fama sbiadita, sono diventate se possibile ancora più provinciali della loro provincia.

In linea generale – città o provincia fa poca differenza – del mio Sud non mi piace il fallimento sia del legame alla tradizione che quello alla contemporaneità. Non mi piace che i suoi abitanti – e cioè, chi più chi meno, tutti noi – afflitti da uno storico senso di frustrazione, tentino di lenire i propri complessi esaltando ora l’una ora l’altra, ma procedendo più per reazione che per discernimento; senza metodo, senza durature visioni d’insieme. È un fenomeno che riguarda ogni singolo aspetto della vita: da come si ristruttura una casa a come ci si comporta nelle cose della quotidianità. Si resta acquattati sordidamente negli orizzonti brevi, in un andazzo generale fatto di lentezze, approssimazione, mancanza di professionalità e di rigore; altre volte di pessimo gusto o di azzardi maldestri. Le colpe di ogni cosa sono sempre degli altri o dello Stato. Si vivacchia a pelo d’acqua, incapaci di autocritica. Altre volte, si vende a caro prezzo ogni sputo che si tira. Spesso e volentieri, vincono un’ambizione sfrenata alla medietà, una vocazione innata alla retorica, all’inconcludenza, all’accidia. E tutto finisce per essere profondamente scoraggiante.
Per fortuna, però, esiste anche molto bellezza. Tutto sommato, non mi sono mai pentita di non essermene andata. Tanti riescono con fiducia e sacrificio a coltivare frutti faticosi, ma più saporiti di quelli cresciuti al sole scemo di una serra. Ci sono poeti, scrittori e artisti, e poi imprenditori e giovani talenti in ogni campo, che la loro terra la raccontano con grazia, fervore e luce. La conoscono bene; ne disperano a volte, ma le augurano ogni bene, e la aiutano militando sul posto. Non se ne sono andati: se vanno, è per condividere la loro visione di questi luoghi nel mondo, ma poi tornano per fare una comunità che, se non può smuovere le calcolate impotenze dell’economia e della politica, sa almeno concepire e realizzare progetti di crescita convinti. A loro va tutta la mia stima, e la mia speranza.

 

Foto: Eliana Petrizzi

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