Omega

Il lutto non è mai subito. Solo dopo giorni ci si accorge del posto vacante. Prima, non c’era tempo per lo strazio: troppo trambusto, mani da stringere, faccende da sistemare. Il defunto era una cosa da archiviare, non una assenza di cui prendersi cura.
Necrologi, manifesti, telegrammi e messaggi avvisano i viventi della scomparsa di chi se ne è andato, ma gli oggetti cari a chi è venuto mancare, nessuno li informa mai. Il pettine aspetta sulla mensola del bagno capelli che non esistono più, la penna le dita che non la stringeranno. Gli abiti si accorgono in silenzio del vuoto del corpo, le scarpe non sanno che i piedi che le riempivano sono immobili per sempre altrove. Un salvagente nell’armadio trattiene l’aria soffiata da una bocca e da polmoni assenti, dopo l’ultimo bagno d’agosto. Le collane, i profumi, i gioielli, continuano a preparare una festa che non si celebrerà. Pazienti e fiduciose stanno le cose ad aspettare. Chi se ne è andato lascia orme ed aure impalpabili negli oggetti, lungo i muri, nei tessuti che aveva toccato. Se il suo corpo venisse chiuso in una bara di cristallo, nessuno andrebbe al cimitero a salutarlo. Ci si aggirerebbe invece con fiori e piccoli omaggi per le stanze di casa e in tutti i luoghi in cui fummo felici con chi amammo, dandoci conforto a vicenda, noi e le cose, tendando di spostare la morte un poco più in là. Il vero dolore è capire che indietro non si può tornare. Il presente è una specie di guado, con fioriture lungo gli argini e sabbie mobili nel mezzo. All’ingresso, la scritta: ‘Chi è rimasto solo muore molte volte durante una vita’.

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