Omega

Chi ha fede, sa che dinanzi alla morte non si dovrebbe provare sconforto, solo pace e persino invidia per chi abbiamo perduto, che inizia adesso un cammino migliore. Avendo fede, non dovremmo neanche giudicare la morte, ritenendola di volta in volta ingiusta o prematura. La morte resta il mistero supremo, che perciò non accetta opinioni né domande; proprio lei poi, che non ha mai saputo darci risposte. La verità, però, è che l’unica vita che vogliamo è questa. Solo da questa parte del buio è possibile incontrarci, e solo qui la memoria costruisce i capolavori della pena, quando ci struggiamo nel ricordo di chi abbiamo amato e perduto. Noi un’altra vita la speriamo per paura, ma di fatto, se ci fosse dato scegliere, ci terremo questa per sempre. Esisteranno dall’altra parte dimensioni differenti, ma di certo non esisteranno il mare e le stagioni, il tono di una voce, il calore di un viaggio, il profumo del caffè, l’intelligenza, l’ironia,  tutto il male e tutto il bene. Al di fuori di questo, non conosciamo che speculazioni e teosofie che ci lasciano impreparati davanti al posto vacante. Andiamo al cimitero a parlare coi nostri morti, ma nessuno pensa che forse i defunti non vogliono avere più niente a che fare coi loro resti, su cui i vivi si struggono. I morti è meglio cercarli altrove: tra gli uccelli del bosco, nella luce radente sulle strade, nella crisalide appesa a un filo, che malgrado il vento non cade. Quando la morte entra nella vita non è un vento che passa, un tanfo che esce, un boato che smette. Nei giorni a venire si cambierà il mobilio, si riporranno gli abiti, si laveranno le lenzuola, si spazzerà dove l’occhio non vede, ma il ristagno non si cura. Basta però fare un passo oltre, per capire che due cose distinte non sono mai separate, e che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di chi abbiamo amato e perduto. L’anima andrà via, ma un poco resterà con noi. Senza il corpo, se ne andrà in luoghi che non la vedranno più né ospite né padrona. Ma forse ricorderà quanto era meraviglioso il mondo, e vasta nella sua breve misura la vita. Avrà nostalgia dei suoi voli d’aquilone, rimpiangendo il suo essersi incontrata in questa povera carne. Ricorderà i suoi paradossi di nomade sedentaria, tra la cenere chiara di chi la incontrava a volte nel sonno, correndo tra gli alberi come un nastro sciolto.
Ben venga quindi il dolore, perché solo dopo la devastazione le giornate sanno riempirsi di un vento che trasforma con gioia la forma dei cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini.

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