Paese amaro


Le erbe selvatiche raccolgono il vento, iniziando il passante alla legge schiva del luogo.
Appena arrivati, si vanno a salutare le comari, accettando volentieri un dolce fatto in casa e qualche uovo fresco.
Poi si parla della salute, dei figli emigrati, della stagione, dei morti, e di nuovo dei parenti lontani. Gli anziani del paese stanno seduti l’uno accanto all’altro, fissando la montagna o l’orologio fermo della piazza. Balconi aperti, il ronzio di un frigo, il tuono di un aereo lontano. Di sera, dalle finestre socchiuse, esce solo il respiro di chi dorme.

Giugno è il mese migliore per visitare questo paese: il caldo non fiacca, le valli fioriscono, i fiumi si riempiono.
In piazza a mezzogiorno si sentono le rondini e le loro covate; tortore, poiane, grilli, mosconi nell’ombra dei vicoli, lo scampanio delle vacche dal fiume a fondovalle. Saluto commà Tinuzza e sua nipote Gilda, una ragazza che vive a Torino da quando è nata: tatuaggi, piercing, capelli bordeaux, smalto nero alle unghie di mani e piedi. Se la guardi negli occhi, però, ritrovi la pacata disperazione del paese, che la città non ha guarito. Saluto Rosina, che mi rivolge le solite domande su come stanno i parenti a casa, se mi sono sposata, se no quando, e se non ancora perché. Finito il giro, vado da Maria, che sta senza televisione da un anno, perché la vecchia Telefunken non ha il digitale, e quello che li vende abita in un paese oltre la montagna.
La festa della Repubblica qui è un giorno come gli altri. Mi affaccio a guardare il paesaggio da un’altezza che è quasi un volo. Mi accorgo così che non è cambiato un solo dettaglio dalla notte in cui, chiuso mio padre al cimitero, rimasi a lungo a fissare una luna così grande che pareva dovesse venire il terremoto. Faccio un giro fuori al paese. Le foto che scatto fermano il finocchio selvatico, i fichi caduti sul selciato, cardi, lumache, le fessure ai piedi degli ulivi; una lepre, poiane in volo sugli ulivi, un serpente che attraversa la strada.
Torno in piazza e saluto Raffaele, che a cinquant’anni mi dice che è vecchio, che questo è un posto terribile per viverci, e che facciamo presto noi turisti a dire che è bello solo perché ci veniamo tre giorni all’anno. Faccio questa strada ogni volta per andare al cimitero dove è sepolto mio padre. Il cimitero è una radura severa che somiglia un poco all’isola dei morti di Böcklin. La luna si posa sulla collina, fine come un’unghia. Quando vengo a trovare mio padre mi siedo accanto alla lapide, ma le preghiere non le so dire, e se le dico mi distraggo. Allora, con mio padre ho trovato un altro modo di parlare: guardando le case abbandonate del suo paese. Ascolto i silenzi richiamati dall’ombra delle pietre, nel tepore tra muro e muro come tra palmi stretti, e tanto basta.

Carmela parla un dialetto sempre più stretto, che non capisco. Dopo le solite domande sul lavoro e sulla salute, mi fa l’elenco dei morti nuovi in paese. Al cimitero conto i loculi col cemento fresco, le ghirlande appassite, lombrichi arrotolati come liquirizie accanto alle cappelle. Questo mese è morto Giovanni a 50 anni; poi tre vecchi, uno del ’13, uno del ’17 e uno del ’31. Tonia è morta a 96 anni d’infarto da sola in casa, mentre scaldava la verdura. Margherita è morta di vecchiaia da sola all’ospedale. Carmela racconta di Giuseppe, morto a 60 anni tra molte sofferenze, mentre il suo vicino, usuraio, a 95 anni è vivo e sta bene. Dice la stessa cosa pure di mio padre, morto a 61, e di Annetta, morta a 59. Finito il conto dei morti, il discorso passa alla vita dei vecchi rimasti soli nell’ospizio del paese.
Le chiedo se pensa che dopo la morte incontreremo i nostri familiari e i nostri amici, e se può mai essere che in una vita che si spera così grande, tra miliardi di anime devi andare a ricongiungerti proprio coi tuoi parenti o con quelli del tuo paese; se non sarebbe meglio fare amicizia con anime di un altro posto, o addirittura di altre razze. Carmela risponde che coi forestieri non vuole fare amicizia; che lei per sicurezza prega ogni giorno, ma che dall’altro mondo nessuno è mai tornato.

A comma’ Ninuzza scattai una foto 10 anni fa. Lo scatto la ritraeva di spalle, vestita di nero, la faccia contro il muro della piazza. Mi domanda chi sono, a chi appartengo e che sto facendo. Visto che sto fotografando case che crollano, mi chiede di fotografare anche le sue tre casupole – una volta stalle e cantine – aggiustate alla buona per i tre figli che vivono in Germania. Ninuzza va all’ospizio quando ha paura di restare sola in casa, per via dei giovani che vanno a rubare in giro. La borsa è sempre pronta, con un paio di cambiate e il vestito che le devono mettere nella bara se dovesse morire all’improvviso. Mi fa vedere l’orto, il giardino, la terrazza che finisce a strapiombo sul fondovalle; poi le radiografie dell’intervento all’anca, i Santi nell’altare sopra il letto, le foto del marito morto e quella del loro matrimonio, in cui Ninuzza ha un viso disperato. Mi parla dei giovani sfaticati, del vicinato che muore, dei figli che non tornano, dei nipoti che a stento conosce, della frutta che si perde sugli alberi, della gente che non parla, e che se parla dice solo cose disgraziate. Mentre andiamo in piazza, io la tengo sotto braccio camminando piano, ma lei dice che non devo rallentare perché lei al mio passo ci può stare. Poi, però, all’ultimo scalino dice: “Mi sono fatta vecchia. Che peccato per la mia giovinezza scomparsa”.

In piazza, tre vecchi sulle scale guardano la montagna a braccia conserte. Uno di loro si alza, mi saluta e si siede accanto a me, chiedendosi com’è possibile che ieri era una bella giornata e oggi si è alzato il vento, che ieri le cose stavano in un modo e oggi in un altro. Deserti la piazza e i vicoli; chiuse la chiesa, le porte, le finestre. Vecchi infissi crollati, betoniere, impalcature senza operai, piante cresciute tra i lastroni delle strade, un cane che abbaia con un rancore stanco. In cima ad una scalinata c’è il bagno di una casa abbandonata, con un albero pieno di albicocche mature che nessuno raccoglie. Trent’anni fa in questo bagno è morto un vecchio, ma non se ne è accorto nessuno per giorni. Gesù Cristo ne ha fatta scendere di pioggia in 30 anni, dice uno che passa, ma le albicocche da quel giorno non le prende più nessuno.

Stamattina il sole dà un poco di speranza a chi è seduto dall’alba davanti al bar. Rifaccio il giro dei vicoli, dove le case nuove spiccano senza voce tra quelle vecchie. Molte sono in vendita, ma nessuno le vuole nemmeno regalate, perché qui c’è solo gente che scompare. I giovani in piazza stanno seduti in silenzio nella posa che hanno i parenti in casa dopo un lutto. I vecchi muoiono per essiccazione sul posto, fiduciosi nella terra che curerà i loro resti.
Le nascite riguardano soprattutto rondini, passeri, piccioni e violacciocche tra le pietre dei muri. I ragazzi del posto non hanno scelta: dopo le scuole se ne devono andare.
Mi chiedo se da vecchi vorranno tornare qui, o almeno esservi sepolti. Molti non potranno, altri non vorranno. Eppure, forse ricorderanno l’odore della pioggia sui muri della casa dove nacquero i loro padri, e lo sconforto familiare di certi giorni, l’ombra delle nuvole sulle montagne e sui fiumi, il volo delle poiane, il profumo delle ginestre che qui si sente per chilometri, fin dentro le case.
Alla fine del giorno guardo a lungo le montagne. Il mio nome mi chiama dall’interno con una fitta. Vivo alla luce del giorno e non mi manca niente, ma non so chi sono. Non come le persone di un tempo, che nel buio delle loro menti capivano ogni cosa.

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