No babies

Quella che segue è la testimonianza ilare e un po’ irriverente con cui ho voluto rappresentare e difendere le idee di molte donne che, ancorché sane di corpo e di mente, non hanno mai avuto e non hanno alcuna voglia di mettere al mondo dei figli.
Da leggere con dose minima di ironia, mi raccomando.

1.
La mia migliore amica mi rassicura che andrà tutto bene, che è la cosa più naturale del mondo, che sarà un’esperienza meravigliosa, che se non lo farò diventerò una donna stagnante e che me ne pentirò per tutta la vita. Ma non mi ha convinta. Esistono piante da frutto e piante da fiore: io appartengo alla seconda categoria.
Essere madre è davvero così necessario? Di fatto, nessuno pensa mai con rispetto alle non madri per scelta. Si crede che stare da sole significhi distrarsi: falso. In compagnia ci si distrae, ma da sole si è nude, senza scampo e senza ripari. Alle donne che non hanno voluto avere figli, nessuno perdonerà mai la diserzione al dovere della specie. Per quanto di buono faranno nella vita per sé e per gli altri, verrà sempre detto loro che l’avranno fatto per egoismo, per lenire la propria immaturità, per vedersi condonato qualche vecchio trauma o per curare una strisciante depressione. Per le mie amiche madri, io sono un’infantile eccentrica senza dimora affettiva, una che rimanda e che ha perso solo tempo. Mi lasciano intendere che tutto quello che si è vissuto fino a prima del concepimento non ha in fondo alcun valore, che è la maternità l’unica esperienza degna nella vita. Al pari delle mistiche, si scoprono abitate da qualcosa di potente che non ammette dinieghi, convinte che generare un nuovo essere umano sia l’unico modo per prendersi cura del mondo. Ma mi chiedo: se tutti dichiarano che in giro c’è troppa gente inutile, come mai nessuno pensa che quel qualcuno di inutile potrebbe essere – oltre che se stesso – proprio suo figlio? E poi, non è sempre vero che le madri sono donne migliori delle altre. Per molte, il figlio non è stato una finestra aperta, ma uno specchio ustorio.
Da piccola, ho giocato con le bambole per poco, per passare subito a dinosauri e costruzioni. Ai bimbi preferisco i cuccioli animali, che impiegano pochi mesi per diventare autonomi, laddove a quelli umani occorre un tempo che supera spesso i quarant’anni. Senza considerare il fatto che solo un’esigua minoranza di homo sapiens è in grado di adoperare la propria intelligenza in maniera interessante e costruttiva. La maggior parte la impiega infatti per raggiungere gli stessi scopi degli animali, con l’unica differenza che gli esseri umani lo fanno attraverso linguaggi, suppellettili e tecnologie più o meno avanzate, e per scopi non altrettanto necessari.
Tutte le donne, potendo, fanno figli, perché alla natura non interessa che la parte bassa del corpo. Per questo si dice che per mettere al mondo un figlio ‘non ci devi pensare’. Ed ecco anche spiegato perché di solito nascono figli più felici nei paesi poveri. La natura li premia perché il mondo è esattamente come loro: casuale, pieno di bellezza, di semplicità, di calore e di violenza.
Quale missione giustifica a pieno un’esistenza? Oltre all’amore per un figlio, esistono senz’altro nella vita molte forme d’amore degne di percorso e di racconto, che puntano verso altre frequenze, altre forme di fatica e di dono. Curioso resta il fatto che la maggior parte degli uomini e delle donne che hanno cambiato in meglio la storia del mondo, non avessero avuto figli. Capaci di faticare e di educare anche senza parto, hanno saputo esprimere la loro genitorialità in un modo diverso. A dirla tutta, molte famiglie sono società costituite per crescere figli al puro scopo di non dover vivere da soli. Ma laddove l’amore per un uomo o per una donna ammette eufemismi e cancellature, quello per un figlio è l’unico argomento definitivo. Nella sua cecità, la creazione di sangue crea legami senza scampo, e io di questo ho sempre avuto paura. Probabilmente morirò da sola, non avrò nessuno a cui lasciare la mia casa, i miei dipinti, i miei soldi e tutto quanto avrò costruito di importante nel corso della vita, e dovrò pure sperare di essere sempre in grado di lavorare e di badare a me stessa. Eppure, questo pensiero non mi dà una particolare angoscia. Mi pare anzi in perfetta sintonia con la mia visione della vita. Mi sembra più fertile e sincero ciò che contraddice e che traballa, che deve essere rimpastato, abbandonato, cancellato, rifatto. Diffido delle dedizioni continuative, di quelle ricevute come di quelle da restituire. La vita per me si racconta meglio nell’indicibile, nell’irrimediabile, nell’assente, nel difetto che ne completa la perfezione.

 

2.
Tra le cose che mi irritano, metterei senz’altro la retorica sui bambini. Tutti i bimbi sono belli, buoni, simpatici, amabili e puri: falso. Ci sono bambini belli, ma ce ne sono anche di brutti; a volte di una bruttezza che non fa nemmeno tenerezza, perché accompagnata dai segni inequivocabili di un’indole respingente. Ci sono bambini simpatici e bambini antipatici, bambini che profumano e bambini che puzzano. Ci sono bambini educati e bambini maleducati, e di certo un bimbo maleducato non è un bel bambino. La cosa che però tutti i bambini hanno in comune è l’innocenza, visto che ciò che fanno dipende dall’imprinting ricevuto dai genitori prima, dall’ habitat socio-culturale poi. Sere fa al ristorante, ho trovato una tavolata di circa trenta bambini dagli otto ai dieci anni, che festeggiavano un compleanno; i genitori nella sala accanto. Sorvolerei su come erano conciati, su come parlavano e di cosa, già così piccoli. Oltre a loro, in sala c’erano altre persone venute a mangiare una pizza in santa pace, almeno così avevano sperato. Impossibile descrivere la gamma di suoni striduli, acuti e a massimo volume emessi senza tregua dai piccoli, oltre a sedie e tavoli continuamente trascinati o sbattuti per terra. Ogni tanto un cameriere entrava a chiedere loro di abbassare la voce. Ovviamente, nessuno degli adulti che accompagnava l’orda degli infanti si è reso conto che quella non era casa loro, ma un locale pubblico dove è bene rispettare anche i diritti degli altri. A un certo punto, un’adulta è entrata, e guardando noi altri chiaramente infastiditi ha detto sorridendo: “Che dobbiamo fare? Un poco di pazienza, siamo stati bambini anche noi.” E no, mia cara. Per fortuna non tutti i bimbi, né tutti i genitori sono uguali. Un bambino può essere molte cose, ma maleducato, incivile, rozzo e prepotente è un’altra cosa. E hai voglia a squittire accanto a tuo figlio: “Ma quanto sei bello! Ma come ho fatto a vivere prima senza di te!” Il sospetto è che avresti vissuto invano anche senza questo tuo figlio, evitando di generare il quale avresti contribuito nel tuo piccolo al miglioramento del mondo.

 

3.
Franca viene ogni tanto a trovarmi. Ruba pochi minuti alla scuola, alla suocera, alle maestre dei figli; soprattutto ai figli. Dice che da me si sente al sicuro come in trincea. Le ho fatto capire che mi sta benissimo che venga da sola, senza dover trascorrere il poco tempo che abbiamo a controllare le impronte che i piccoli lasciano sui muri, o a sistemare gli oggetti che afferrano e scaraventano per terra senza posa. Franca arriva da me coi capelli scomposti, chiude la porta, riprende fiato, mi chiede una tisana, stordita come un uccello che cercando l’aperto, è andato a sbattere contro i vetri chiusi. I pochi minuti che si è dedicata non bastano a volte nemmeno a descrivermi come sta; non lei come madre, ma lei come donna, come amica, come compagna. Questa settimana, il massimo che è riuscita a ricavare per se stessa è stata una mezz’ora seduta sul water, a leggere Marie Claire. Quando Franca va via, io sono felice di non essere lei. La mattina mi sveglio quando si aprono gli occhi. Alle sette prendo la bicicletta e me ne vado per strade di campagna. Quando rientro, la mia vicina già urla da un’ora contro Michela che piange senza ragione, contro Claudia che non è pronta per la scuola, contro il marito che, dice lei, è così inutile che se morisse all’improvviso non se ne accorgerebbe nessuno. E ogni giorno benedico la mia singletudine.

 

4.
Pensando a una forma possibile di immortalità, provo invidia per i grandi artisti. Ieri sera leggevo Seneca: morto da secoli, di lui non restano neppure le ossa. Nessuno lo ha mai visto in faccia. Eppure, ad ogni pagina letta il suo pensiero si rigenera, come se quelle idee fossero state appena pensate. Mi raggiungono, dialogano con la mia vita, la supportano, offrendo soluzioni in forma di domande. Ho scelto un modo diverso di dare il mio tributo al breve miracolo di esistere. Scrivo e dipingo, sebbene non abbia mai definito quadri e scritture ‘figli miei’. Una volta ultimato, un dipinto deve andare lontano, perché se non attecchisce altrove è per me un seme abortito. Io figli non ne ho voluti, ma per tutta la vita spero di riuscire a creare qualcosa che possa avere una voce più forte di questo piccolo corpo che passa; qualcosa in cui, dimenticata chi sarò stata nome e cognome, ciascuno possa incontrare chi avrà creduto di essere o sperato di diventare.

 

5.
Vado a cena fuori con una coppia di amici che non vedo da tempo. La prima brutta sorpresa è che Clara, la loro bimba di quattro anni, è seduta tra mamma e papà sul sedile posteriore, in piedi con le scarpe sulla tappezzeria in alcantara bianca. Per tutto il viaggio, durato circa un’ora, è stata con l’I-Pad in mano, aiutata dal padre a scaricare da You-Tube video incomprensibili, da cui non arrivavano che schiamazzi, suoni striduli e violenti. Non sono riuscita a nascondere il mio disappunto, io che detesto il chiasso e persino la radio accesa in macchina, preferendo a canzoni che non posso scegliere il piacere della conversazione. Mi ha sorpresa il padre, che ha speso un sincero interesse per tutto ciò che accadeva in quei video, senza mai chiedersi se per caso il volume così alto potesse darci fastidio, o se a un certo punto non fosse il caso di spegnerlo per chiacchierare un po’ con noi, visto che non ci incontravamo da mesi. Poco dopo la madre ha ricevuto una telefonata, forse un invito a pranzo per il giorno dopo, che ha declinato inventandosi prontamente una febbre di Clara, la quale, ovviamente, sta bene. Inutile dire che per tutta la serata non si è potuto discorrere di niente se non di Clara. Fatti del genere si verificano ogni volta che mi trovo in presenza di adulti con bambini. Durante queste serate la lotta è impari. Se non hai figli resti in disparte, annuisci e sorridi per i primi minuti, fingendo di capire di cosa si sta parlando. Poi lo sguardo si distrae, guardi l’orologio sempre più spesso, mandi un sms al tuo compagno chiedendogli di chiamarti all’istante, fingendo un impegno di cui ti eri dimenticata. La casa degli amici più cari diventa un bunker da cui progettare la fuga con la dovuta scaltrezza. Ma è possibile che la gioia che i genitori provano nel raccontare ogni minimo progresso del loro bimbo non faccia mai temere loro di non procurarne affatto in chi li ascolta? I genitori di figli molto piccoli precipitano in una forma di demenza esulcerante, che li porta a parlare con voci da cartone animato, a squittire per ogni minimo gesto dell’infante, a provare tenerezza al suono del ruttino, addirittura compiacimento per la sua cacca che, ti ripetono, non puzza e non sporca, perché ‘la cacca dei bimbi è santa’. Se inizi una conversazione, dopo pochi minuti eccoli illustrarti tutti i progressi della sua crescita: ti dicono che se lo chiami già si volta, che è in grado di riconoscere questo e quello, soprattutto che è molto in avanti rispetto ai bimbi della sua età (dicono tutti così). Ti mostrano la foto scattata col cellulare ad un’ora appena dalla nascita. Quello che per loro è l’essere più adorabile del mondo, a te – immune dall’affetto miope di un genitore – appare per ciò che è di solito un neonato: una creatura il più delle volte mostruosa. Oppure ti costringono a sorbirti il video del suo primo compleanno, con tutto il contorno di cantilene, applausi, schiamazzi, versi animali, palloncini e giocattoli, da cui non si esce vivi. Sì, perché se prima di diventare genitori i tuoi amici ti ricevevano in un salotto arredato con gusto, adesso ogni spazio è diventato la stanza giochi dell’invasore: puzzle sparsi dappertutto, diorami, castelli di mostri, gru, escavatrici, trattori, camion, auto di tutte le epoche e cilindrate, bambole, costruzioni, animali preistorici, carillon con voci in tutte le lingue; insomma, tutto quanto può servire al bambino per annoiarlo, confonderlo e indurlo a desiderare cose sempre più inutili. Ovviamente, Livia e Paolo, i genitori, non sono più gli stessi. Dall’avvento dell’infante sono invecchiati di dieci anni e hanno cessato di esistere come coppia. Il piccolo ha attentato al corpo di lei e all’alopecia di lui, succhiando a entrambi ogni energia, ogni spazio disponibile, ogni tempo pensabile. Ancora prima che nascesse, sono caduti in un letargo sessuale fatto di prudenza e di paura, o più semplicemente di un lutto del desiderio a tempo indeterminato. Ma tutto si sopporta, pare, per amore di un figlio.
Gibran diceva che un figlio è una freccia lanciata nell’infinito. Domando alle madri: se sapeste per certo che, come accade tra gli animali, vostro figlio vi lascerà presto e per sempre senza più nemmeno riconoscervi, ne mettereste al mondo uno con tanto slancio?

 

6.
Quante donne decidono di mettere al mondo un figlio perché ne hanno veramente voglia? E quante, invece, lo fanno schiacciate dal condizionamento sociale? Dalle mie parti, se hai trent’anni e non ti sei ancora sposata c’è qualcosa che non va. Se poi ti sposi e non fai subito un figlio, di certo avrai problemi fisici o di coppia. Conosco donne che hanno consultato cartomanti o avviato pratiche di adozione dopo soli tre mesi durante i quali, pur provandoci, non erano riuscite a restare incinte. Tutto comprensibile in un contesto in cui chi non è madre è un refuso della specie, un esito indegno dell’evoluzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la gran parte dei genitori è assolutamente impreparata, quando non addirittura negata, a costruire un essere umano, che è cosa diversa dal mettere al mondo un figlio. Si tratta di persone incolte e rudimentali, il cui prodotto sono ragazzi svogliati e violenti, e ragazzine dalle predilezioni effimere. Questi adolescenti diventeranno otto volte su dieci padri assenti e madri inadeguate. C’è da rifletterci seriamente.
Giungere al culmine del proprio tempo senza rimpianti, aver lasciato qualcosa agli altri con la salute che solo l’amore e un intelletto curioso riescono a procurare: non c’è modo migliore di salutare la vita, e forse di sopravviverle. Ognuno, naturalmente, fa questo come crede. Trasmettere attraverso un figlio è una vocazione al futuro come un’altra: io non ce l’ho mai avuta, e rimpianti non ne ho. Un’amica mi dice: “Ma a che scopo fai questo e fai quello se poi non lo lasci a nessuno?” Preferisco seminare vivendo, per arrivare alla morte con la valigia leggera. Quando chiedo ai miei amici perché trovino così naturale fare figli, la loro risposta è quasi sempre: “Per continuare a vivere dopo la mia morte”. Ma ne siete proprio sicuri? Se avrete educato con amore i vostri figli, di certo avrete con loro un rapporto profondo. Vi accudiranno se starete male, e dopo la vostra morte custodiranno di voi ogni cosa. Per lo stesso motivo, avrete nipoti che soffriranno sinceramente per la vostra perdita. Ma già i loro figli avranno di voi un ricordo vago, conserveranno forse qualche proprietà e un cognome. La verità è che il sangue non dura. Come ai funerali, a piangere il morto sono le prime due file; alla terza, la vita ha già preso altre strade. Né la cultura né l’intelligenza hanno generato in me la predisposizione alla maternità. Ho sempre nutrito fondati dubbi sulla mia capacità di rinuncia, di pazienza, addirittura sulla mia voglia di trasmettermi. Chi mi conosce dice: “Peccato, sei un’artista. Pensa quanto avresti potuto dare a un figlio di diverso e di più profondo rispetto a tutte noi”. Come mai invece nessuna mi ha detto: “Sei un’artista, dedicati ad altro”? Quando ho provato ad immaginarmi madre, non mi sono trovata a mio agio in nessuna fase della vita di mio figlio. La mia sensazione è stata quella di uscire in strada in pieno inverno con gli abiti zuppi. Le cose che a dire di tutte sembrano faticose, ma per le quali trovi infine una forza insperata, a me sono sempre apparse incomprensibili e contro la mia natura. E se mio figlio fosse stato uno di cui il mondo avrebbe potuto fare tranquillamente a meno? Sarebbe stato questo il mio tributo alla vita? Per colpa mia o mio malgrado? Resta il fatto che nelle mie prefigurazioni non ho mai considerato nulla di buono: più paure che speranze. E con questo ho detto tutto.

 

7.
Tempo fa, ho fatto outing in una serata tra conoscenti, esponendo le mie idee da non madre per scelta ad un nutrito consesso di neo-mamme e di giovani donne che non vedevano l’ora di partorire. La loro conclusione è stata più o meno: “Quindi tu disprezzi la famiglia e odi i bambini?!” Il punto da correggere è proprio questo. Io non disprezzo la famiglia e non odio affatto i bambini, semplicemente non mi piacciono in modo particolare; è un po’ come quando ti trovi davanti al dipinto studiato a scuola per anni e di cui tutti hanno sempre parlato, ma ti limiti a guardarlo da lontano perché non hai nessuna voglia di osservarlo da vicino. Non serve liquidare la questione del non fare figli con motivazioni del tipo ‘Limitiamo il sovraffollamento del pianeta.’ Di sicuro, che un figlio oggi più che mai vada pensato oltre che sentito, lo credo eccome. Forse questo genererà meno figli, ma neanche tanto, visto che ci saranno sempre miliardi di persone che procreeranno, oltre che per amore, per caso, per incoscienza o per dovere, assicurando in questo modo la sopravvivenza della specie.
Costruire un essere umano: questo vuol dire secondo me fare un figlio. Per la stessa ragione, penso che genitore non sia necessariamente chi ti ha partorito, ma chi ti ha generato ad una vita che vuol dire soprattutto coscienza, relazione, sensibilità, incontro con la preziosa complessità del mondo, apertura alla vastità dell’esserci, del fare e del donare: impresa ardua di cui solo pochi genitori sono purtroppo davvero capaci. Talvolta non basta neppure l’amore, che troppo spesso fa rima con errore. Avendo sempre creduto di essere tra le inadeguate, mi sono astenuta.
Generate pure, fate figli. Ma prima di costruire una casa, sondate il terreno e scegliete i materiali giusti, sforzandovi di capire che decidere di vivere senza un tetto sulla testa è a volte una scelta non meno faticosa, e di certo più onesta di voler vivere per forza al riparo, o di credere di meritarlo.

 

Foto: Eliana Petrizzi

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