Qui

Nel mio paese, quello dell’artista è un hobby che ha alimentato da sempre pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io infatti avrei dovuto essere la prima a scappare, ma proprio non ce l’ho fatta a trasferirmi a Londra, a Berlino o a Tokyo; a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi; io che alle nove di sera vado a dormire e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato io qui non sto poi così male. Intorno a me, montagne ad est e colline ad ovest mi insegnano il buono del limite; maestro di pazienza e di misura. Pesano gli strascichi dell’assistenzialismo, l’opportunismo delle combriccole politiche, gli scempi perpetrati ai danni del paesaggio da vecchi abusi e da nuovi condoni; la bancarotta intellettuale, la paccottiglia degli ignavi e dei disfattisti; falsità, cattivo gusto, pettegolezzi e pregiudizi. Ma questi sono i contro di ogni provincia.
Quando esco in strada, la gente si chiede ancora se ho messo la testa a posto, se sono una donna fedele, se mi drogo e se bevo, perché una pittrice che non si droga e non beve che artista è? Qui la gente si accende per poco, ti fa sentire importante per niente, e gioisce senza farsi tante domande. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, compiacendosi pure del fatto che forse non guariranno mai. Non me ne sono andata perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, se fossi rimasta altrove non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice, dove l’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. In questo posto vengo a scrivere la vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore.
Nel mio studio viene spesso a trovarmi una signora che ha perso il figlio. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Mi chiede consigli sull’ultimo quadro: di solito il ritratto del figlio, che non riesce mai a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia infine un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei, se solo io ci fossi.

Condividi