Andare

Il turista è qualcuno che chiede di fare un bagno caldo vestito di tutto punto. Il nome di un luogo diventa presto nella sua bocca il marchio di una griffe che a stento sa pronunciare. Di fatto, di quel luogo il turista non sa niente e niente imparerà neanche andandoci, perché altrove cercherà sempre e solo se stesso. Percorrere chilometri per non muoversi da casa propria è il segno di una povertà che toglie al viaggio il suo senso più profondo. In questo modo l’arrivo non si compie; si resta da dove si era partiti, solo in un posto diverso. Sorvolando in aereo il mondo, fiumi, regioni e città somigliano a piccole macchie di malattia. Si dissipano fibre, racconti e memorie. Il viaggiatore si svuota di tutto ciò che è bordo e appartenenza, comparandosi a ogni cosa.

Una volta arrivati nel luogo prescelto, le scarpe del viaggiatore vanno senza rumore, in segno d’intimità e rispetto.
I suoi abiti stringono un patto coi colori del paesaggio, le braccia si fanno mansuete come gli arnesi usati dalla gente dei villaggi. Il turista, invece, vuole stare comodo. Ogni minimo imprevisto diventa l’occasione per chiedere rimborsi e risarcimenti. Il viaggiatore tante volte lascia correre e perdona. Gli stanno bene i ritardi, le ruote bucate, le aspettative deluse e le imperfezioni, perché ha imparato che il brutto, più che un’obiezione alla bellezza della vita è spesso il palo a cui tieni legato l’aquilone. Il turista guarda la gente di un Paese straniero come da dietro una vetrina. La paura dell’incontro lo convince alla distanza da ciò che ignora. Il viaggiatore, invece, vive con la gente; spesso resta in silenzio cercando di capire, in una doverosa revisione di se stesso.

Ho iniziato a viaggiare coi miei primi guadagni a 18 anni, con tutta l’audacia che la giovinezza comandava. Da sola e senza programma, votata alla passione dell’imprevisto e al rischio delle contingenze, incurante persino dell’angoscia di mia madre, che per giorni non poteva ricevere mie notizie, persa com’ero in luoghi remoti del pianeta. In questo modo, ho potuto conoscere il mondo, incontrare i popoli e sciogliermi nel loro calore. Sono grata alla vita, perché ho viaggiato in tempi in cui era possibile per una donna andare da sola. In quegli stessi luoghi sarebbe oggi impossibile recarmi. Il mondo si è fatto piccolo a causa della globalizzazione e della crudele stupidità degli uomini. Anche meno interessante: troppo spesso, i riti e le tradizioni dei popoli diventano spettacoli recitati ad hoc per un manipolo di turisti paganti, nel circo dell’antropologia da selfie. Quando per un motivo o per un altro non posso viaggiare, guardo in TV documentari di viaggio. Ma c’è una cosa che nessuna foto, video o documentario potranno mai sostituire: è l’abitudine allo stupore, è vivere il tempo dimenticando calendari, orari, impegni ed aspettative; è meravigliarsi di ogni cosa e persona, in una ritrovata appartenenza alla grande anima del mondo. Aspetto ogni giorno luoghi nuovi, che sono molto più prossimi di quanto non si creda.


Ci sono partenze che procurano pericolose forme di ignoranza. Sfiducia, presunzione, pregiudizio e indifferenza, garantiscono a ciascuno solo la mediocrità della sopravvivenza. Invece, tante volte, uscendo dalle proprie case e affilando negli occhi un’attenzione diversa, il viaggio comincia anche senza partire. Si diventa viaggiatore nella tensione costante verso chi non si è, verso chi non ci rassomiglia e che non vorremmo mai diventare. Quando non comprendiamo la diversità di chi ci vive accanto, ecco il mondo farsi amaro. Il rimedio è andare, fare, donare e perdonare, sempre e ovunque, operando la fede come lavoro gioioso, attento e disponibile: viaggio plurale, biglietto senza ritorno.

Foto: Eliana Petrizzi

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