Pittura e fotografia – considerazioni sciolte

Negli ultimi due anni, mi sono accorta di non riuscire più a dipingere figure; le abbozzo, le dipingo e presto le cancello. Esclusi i ritratti, che costituiscono un capitolo a parte nella mia committenza, non riesco più a dipingere né con entusiasmo né con convinzione un volto o un corpo. È come se mi fossi stancata di rispondere alla chiamata all’individuazione che ogni viso umano per sua natura attiva. Un volto mi pone domande relative sempre e comunque all’ancestrale, irrisolta questione dell’ego di chi dipinge, di chi osserva e del soggetto rappresentato. È per questa ragione che provo molto più trasporto, naturalezza e gioia nel dipingere gli spazi naturali, perché trovo il paesaggio un tema capace di offrire una gamma di soluzioni, di rimandi, di interpretazioni e di trasfigurazioni molto più ampia di quella garantita da un viso. A me pare che gli spazi naturali, come quelli architettonici ed urbani, raccontino l’uomo più di quanto non riesca a fare l’imposizione di un volto o di un corpo. Direi anzi che lo raccontano meglio persino quando lo escludono dalla visione.


Sfocatura e scioglimento, verso una figurazione che contiene uno spaesamento impercettibile, una distonia, una parola intraducibile che solo la mano unita allo spirito dell’uomo può creare. È in fondo questo lo scopo della pittura, e la sua seduzione più grande: far scomparire la realtà, truccandone insieme la sparizione. Preferisco lo sbando e l’abbaglio, più bravi a lasciarmi intravedere un’uscita, nella malinconia tutta umana che un’uscita vera e propria forse non c’è.
La mia è in fondo una pittura che dell’immagine insegue la nostalgia; lontana dalla compiutezza, che sento come lo stadio della forma più prossimo alla morte. Attraverso una sorta di silenzio visivo, cerco di raccontare un percorso mentale della visione, allontanandomi gradualmente dall’oggetto reale. In questa direzione narrativa, più grande è la distanza che separa dal modello, più forte è la tensione emotiva interna dell’opera.

Sembrerà singolare che proprio io, proveniente da una cultura figurativa classica, resti disturbata dall’eccesso di realismo nelle forme, e che avverta anzi una specie di sconfitta, di tristezza e di delusione quando qualcuno, davanti ad un mio dipinto esclama: “Sembra una fotografia!”. Ricordo a questo proposito che proprio grazie alla fotografia, la pittura si è potuta liberare dall’obbligo della rappresentazione fedele del reale.
A parte la confusione tra linguaggi, in tanta pittura contemporanea pare che tutti i problemi possano essere risolti da questioni tecniche. Gli ultimi anni hanno portato alla ribalta una moltitudine di quadri dipinti magistralmente, iperrealismo a go go e revival neoclassico. Molti artisti si esibiscono pubblicamente in performances di varia natura, in cui mostrano come realizzano un quadro partendo dalla tela bianca, a convincere gli astanti che sono proprio loro ad eseguirli e che ancora c’è chi sa disegnare e dipingere come gli antichi, o come se tutto il pregio di una ricerca possa essere risolto da questioni tecniche.
Ci sono questioni più complicate dietro l’immagine, aspetti più difficili da dipanare, relazioni articolate e sempre sfuggenti tra la forma e le sue implicazioni emozionali, intellettuali, filosofiche e persino religiose, per chi ha una qualche dimestichezza col sacro.


Per tutta la vita la fotografia mi è stata compagna fedele, oltre che supporto fondamentale nella creazione di modelli da trasfigurare successivamente attraverso la pittura. E tuttavia, la fotografia non è per me presa diretta del reale. Nel momento stesso in cui viene fermata dalla macchina fotografica, l’immagine catturata è in effetti già qualcos’altro; direi anzi che lo è ancora prima, nel momento in cui viene inquadrata dall’occhio di chi scatta. Se la fascinazione della fotografia viene dalla sua capacità di fermare in un attimo irripetibile la durata dell’oggetto ritratto – sottolineando insieme l’impossibilità di quella durata – alla pittura spetta il compito di raccontare ciò che resta oltre il passaggio delle forme e oltre la perdita della loro durata. Se non è capace di generare questa dimensione, descriverà certamente la vita, ma senza averne una propria.
In un dipinto come in una fotografia, meglio allora sempre l’accenno vago, in cui passa il racconto di ciò che è stato, e di tutto quello che ancora potrebbe essere.

 

Foto: Eliana Petrizzi

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