COMEDIAN

A lungo si è parlato di Comedian (Comico), l’opera di Maurizio Cattelan che ha suscitato ora indignazione, ora ilarità, ora scherno, ora un convinto plauso. I fatti: esposta alla fiera d’arte contemporanea Art Basel Miami, l’opera consiste in una banana vera attaccata al muro con un nastro adesivo grigio. Venduta per 120 mila dollari, la banana è stata mangiata da David Datuna, un visitatore – guarda caso a sua volta artista più o meno noto – che l’ha staccata dal muro facendosi filmare mentre la mangiava, generando una performance nella performance dal titolo Hungry artist, (Artista affamato). Le irriverenti invenzioni di Cattelan provocano di solito sconcerto e indignazione. Anche in questo caso le domande del pubblico sono state: “Come può una banana attaccata al muro essere considerata arte? E come può qualcuno pagarla 120 mila dollari?”. Per tentare di dare una risposta a queste perplessità occorrerebbe fare un viaggio che, dall’arte classica ammirata nei Musei di tutto il mondo ha condotto, agli inizi del secolo scorso, all’arte concettuale, alla quale questo genere di opere, o se preferite di trovate, appartiene a pieno titolo.

Con un gesto tra il beffardo e l’autopromozionale, David Datuna ha tentato di riportare l’arte concettuale dal regno delle idee a un piano più immediato e concreto, di certo più ilare. Nulla di nuovo: molti artisti hanno orinato in Fountain, l’orinatoio capovolto di Marcel Duchamp (da cui molti fanno partire proprio la nascita dell’arte concettuale). Successivamente, nel 1966, pare che John Lennon avesse preso una mela dalla prima installazione di Yoko Ono e le avesse dato un morso; si conobbero proprio così. Il fatto che la banana appesa sia stata mangiata non significa che l’opera fosse un bluff: l’opera in questione, infatti, è nell’idea, non nella banana in sé o nella sua breve durata. Ma la domanda purtroppo resta: “È quindi arte?”. Un fatto è sicuro: la sensazione avvilente dinanzi ad una cultura che un tempo incoraggiava il senso dell’ideale e della bellezza sublime, e che oggi si riduce con troppa facilità a boutade d’effetto, può essere in parte risolta solo accettando una radicale metamorfosi formale e sociale nella pratica artistica. Si tratta di un processo in cui l’artista è inserito a pieno titolo – nella doppia veste di vittima e di carnefice – nel sistema economico, sociale e riflessivo che struttura quello che vediamo e come lo valutiamo. Ed è anche, se vogliamo, una critica agrodolce da parte dell’artista che pur di quel mondo si foraggia, al mondo dell’arte visto dall’interno, verso il desiderio impossibile di un’arte avulsa dal denaro e dalle logiche di mercato e di finanza, cui troppo spesso il sistema dell’arte contemporanea finisce per ridursi. La stessa ‘tecnica della sospensione’ utilizzata da Cattelan in molte delle sue opere più celebri, è in effetti un modo per ridicolizzare, sgonfiare e sconfiggere non solo le blasonate pretese dell’arte classica, ma gli stessi linguaggi del contemporaneo, esposti allo scherno o allo sgomento attraverso impietose crocifissioni, sempre in bilico tra il grottesco ed il tragico.

Anche per questo, il titolo dell’opera in questione, Comico, conserva, oltre alla risaputa ironia di Cattelan, una vena di struggente, clownesca malinconia: per Cattelan, come appunto per un clown, dietro risate sguaiate e giochi ebeti, è la tragedia a rendere le nostre certezze scivolose, e le nostre più solide idee del tutto inaffidabili. Oltre a ciò, un ulteriore invito viene sempre rivolto con chiarezza da Cattelan, e in genere da tutti quegli artisti che si divertono a provocare, generando movimenti di opinione e di sdegno che sono parte integrante del meccanismo del loro lavoro. L’invito è quello, forse, di sfuggire alle responsabilità da sempre richieste ad un artista: prendere la vita e l’arte con serietà, perlustrare baratri anche per conto di chi non sa o non vuole, comunicare messaggi edificanti, rispondere ai grandi quesiti religiosi e laici dell’esistenza, elevare lo spettatore verso una possibile trascendenza che salvi dalla frammentarietà disorientante del contingente. A osservare con attenzione i lavori più celebri di Cattelan (penso per esempio a La nona ora, o a Him), il suo linguaggio è basato su concetti di fuga, di vergogna, di demistificazione e di fallimento, in cui l’artista interpreta le figure tragicomiche del bambino ribelle, dell’impostore e del buffone; una forma di autocritica che dovrebbe smorzare lo sdegno con cui la gran parte del pubblico fruisce, o evita di fruire, un certo genere di opere.

La mia idea personale è che oggi il tempo per la provocazione non solo sia finito, ma abbia pure stancato. Ci ha pensato Duchamp nel 1917 a comunicarci che l’arte non è solo téchne, ma idea, progetto, rottura, messa in discussione. Ma a me pare che certi gesti non siano oggi meno patetici e poco eloquenti di un pittore che dipinga come Jacques-Louis David. È chiaro che ognuno fa la propria esperienza e che ogni linguaggio merita rispetto, ma è innegabile che l’arte contemporanea, dal punto di vista di linguaggi e contenuti, sia troppe volte simile a un cane che si morde la coda (l’artista che irride i meccanismi che presiedono alla propria opera, e al sistema che in buona sostanza gli dà da vivere). Per altri versi, si tratta di un affare riservato a curatori egocentrici, galleristi, collezionisti pilotati da fondi d’investimento e da non meglio precisate operazioni di mercato, dove gli artisti sono ora superstar inarrivabili, ora vittime di un meccanismo da cui vengono sfruttati e presto abbandonati. Unico escluso: il pubblico. Sol LeWitt scriveva: “L’arte concettuale è buona solo quando l’idea è buona”. Ma in quante opere esiste oggi un’idea veramente valida? L’onnipresenza di banalità, di cinismo, di ripetitività e di cattivo gusto, si maschera dietro la facile etichetta concettuale, senza la quale in molti casi le opere apparirebbero per quello che sono: bancarotta estetica ed intellettuale.

L’Arte Concettuale si sviluppa a livello internazionale a partire dalla metà degli anni ’60, basandosi su una concezione dell’arte che rifiuta di identificare il lavoro dell’artista con la produzione di un qualsiasi oggetto di più o meno rilevante qualità estetica, ritenendo che l’essenza dell’arte sia invece nel concetto che precede e conforma l’opera. I precedenti di questo atteggiamento sono numerosi, e vanno dalle premesse mentali di gran parte dell’opera di Magritte (Ceci n’est pas une pipe, 1929) a tutta l’opera del già citato Duchamp, a quella di Fontana, Klein e Manzoni, a certa arte visuale, fino agli esiti dell’arte minimal e ambientale, con la loro attenzione al calcolo da cui nasce l’opera, alla trasformazione dell’ambiente naturale e urbano in opera, con artisti come Morris e LeWitt. Ad ogni modo, molti riportano ufficialmente a Duchamp la figura dell’artista non più artigiano capace di utilizzare pittura, scultura e disegno, ma demiurgo che con la sola idea può decretare opera d’arte la pura esistenza di qualcosa. La questione sollevata da Duchamp rispetto ai confini su cosa sia o non sia arte è ancora argomento di discussione. Se però accettiamo che arte sia tutto ciò che gli uomini definiscono tale, dovremo pure abituarci all’idea della grande beffa, ricordando che la parola ‘arte’ condivide l’etimo proprio con ‘artificio’.

Ma questo è davvero un male da combattere? Se ogni arte è espressione del proprio tempo, dobbiamo accettare il fatto che il nostro tempo sottoscrive patti di fedeltà soprattutto con ciò che manca o che resta in bilico, incapace sia di individualità che di interdipendenza. Alle opere classiche, fatte di grandi ideali e di progetti unitari, sono subentrati linguaggi i più disparati, che hanno in comune la necessità di cogliere contingenza, caos e incalcolabile come parte del calcolo. L’opera è ciò che accade e che si lascia accadere; magro traguardo di chi si è ridotto solo al compiacimento delle proprie tare. Ma neppure guardare indietro serve: l’arte classica rimpianta dai nostalgici della bellezza ideale, contiene di fatto molti più artisti mediocri di quanto non si sospetti. A parte servire poteri religiosi o secolari, ha proibito a lungo che l’artista potesse dire la sua su Dio, sulla natura, sulla storia e sul mondo. In seguito, sono arrivate finalmente libertà d’espressione e d’introspezione, che hanno permesso sia la creazione di capolavori immensi, che una pletora di abusi e arbìtri. Converrebbe quindi, piuttosto che biasimare il presente e rimpiangere il passato, maturare la consapevolezza che l’arte ha cambiato natura, finalità e linguaggi, com’è giusto che sia. Riconoscere il cambiamento facendone motivo di crescita è la sola azione che vale oggi la pena intraprendere. Alla fine dei conti, tutto ciò che l’arte tenta a suo modo di dire e di fare, rappresenta sempre un aspetto vivo del mondo, che merita di essere raccontato e vissuto. Direi anzi che limitarsi a biasimare certe forme d’espressione, non solo non toglie nulla al loro diritto di esistere, ma sottrae qualcosa a chi si rifiuta di accettarle. Per questa ragione, è meglio spendersi in esercizi di curiosità verso ciò che non comprendiamo, trovando ogni cosa utile e a suo modo, perché no? persino affascinante.

Condividi