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Foto: Eliana Petrizzi

Abito in provincia: si vede dai muri e da come i vecchi stanno fuori le porte. I passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Municipio i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage. Insieme al buio, cala un silenzio senza incrinature.

Vent’anni fa, mi ero convinta che qui non potevo starci; non riuscivo più né a dipingere né a scrivere. Ero giovane, e piena di quell’impeto cieco che porta ad essere certi che altrove andrà meglio. Volevo vivere a Milano, trovarmi un lavoro, fare un’altra vita. Ci andai, ma ci rimasi solo quindici giorni. Provai in Umbria. Mi ero messa a cercare casa, l’avevo persino trovata; un appartamento nuovo, pieno di aria e di luce. Ma poi mi accorsi che, a 27 anni, affacciandomi alla finestra tutto quello che avrei visto sarebbero state due case ed una stalla, strade che si scioglievano tra le colline, un paesaggio di desolazione e tedio senza scampo.

Così, sono tornata dove sono nata. Pensavo che soprattutto scrivere fosse un vezzo adolescenziale, una specie di ala provvisoria che mi avrebbe accompagnata nella crescita, ma che poi sarebbe caduta come dopo una muta. Invece, proprio in questa breve regione di mondo, quell’ala è diventata organo di escavazione, compasso per fissare il centro e tracciare cerchi intorno. E più in questo paese sono stata male, più la mia pittura e la mia scrittura si sono riempite di luce. Perché ho capito che pregiudizio, mediocre affarismo e sguardo corto sono i contro di ogni provincia.
Pesano la crisi economica, una certa corruzione delle coscienze, la noia, l’opportunismo delle combriccole politiche, paesaggi e città sfigurati da ricostruzioni scellerate, oltre che da una sconfortante mancanza di identità storica.

Ma ho qualcosa da contestare anche a me. Non ho mai scritto un romanzo, inventato una storia, mai raccontato delle cose che non funzionano, mai parlato dei fatti che pure, di tanto in tanto, vanno a buon fine. Qui la gente si accende per poco, ti fa sentire importante per niente, e gioisce senza farsi tante domande. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia invece sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, compiacendosi pure del fatto che forse non guariranno mai.

Viene spesso a trovarmi una signora che ha perso il figlio. Non ce la fa a rialzarsi, così per distrarsi si è messa a dipingere. Mi chiede consigli sull’ultimo quadro: di solito il ritratto del figlio, che non riesce mai a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa, da cui caccia un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho un poco ascoltata. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi e la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di povertà, varietà e bellezza”. Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco, cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei, se solo io ci fossi.

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